Due milioni di telespettatori in prima serata su Italia 1
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fonte:
- Il Mattino
Due milioni di telespettatori in prima serata su Italia 1 , incontri commentati da vip dello spettacolo come Serena Garitta, 350mila richieste per assistere allo show dei maschiacci americani lo scorso aprile a Bologna e Milano, 140mila copie del primo dei sei dvd presentati da John Cena per la «Gazzetta dello Sport» vendute in un batter di ciglia, videogiochi consacrati alle gesta deglli eredi di Hulk Hogan e una profluvie di figurine che ritraggono le icone dei bulli del ring, al cui confronto le mitiche Panini scoloriscono: benvenuti nel mondo del wrestling. Bambini e adulti si acculattano nel tardo pomeriggio per seguire catodicamente le mosse circensi dei loro beniamini dai nomi stravaganti, dando sempre più corpo a un fenomeno che ingenera qualche apprensione per l?emulazione che pare innescare: bambinetti che storcono il collo ai coetanei credendosi figli di Dinamite Kid hanno occupato per qualche tempo le pagine dei giornali, sollecitando le accigliate denunce del Codacons e delle associazioni anti-wrestling, finché la Commissione bicamerale per l`infanzia ha dato la sua tirata d?orecchie a Mediaset e Sky, le principali dispensatrici, in Italia, di questo spettacolo che ormai solo gli ingenui confondono con lo sport. La moda impazza, fa proseliti in Italia, dove si scimmiottano gli americani arrivando in ritardo su tutto: a partire dalla moda dei wrestlers di indossare abiti stravaganti, maschere fisse di una commedia da recitare, come Capitan Padania e Neo Pulcinella che parodiano le gesta dei loro predecessori d?Oltre Oceano, dove i campioni adottano orami nomi semplici e non indossano più le maschere, con la sola eccezione di Ray Misterio con il suo cappuccio rosso. Ma il fenomeno è epidemico e non occorre andare tanto per il sottile, tanto più se Capitan Padania salta sul ring al grido di ?Roma Ladrona? dando luogo, con lo spaesante e biancoincappucciato Pulcinella, a uno scontro Nord-Sud che i moralisti leggono per le sue aberranti implicazioni politiche, mentre va gustato – se così si può dire – catarticamente, tra i frizzi e i lazzi di un pubblico che intuisce, come sapeva Barthes, che lì, sul ring, si sta svolgendo l?ennesimo atto di un?antica Commedia dell?Arte, con i suoi ruoli fissi, le sue finzioni spettacolari e le sue regole da trasgredire, saltando a peso morto sull?antagonista, anche quando ha già alzato bandiera bianca. E da Barthes occorre ripartire per capire la natura di questo fenomeno che nasce come catch verso la fine dell?Ottocento da una rielaborazione della lotta greco-romana, per mezzo secolo forma un curioso baraccone in cui si riciclano gli scoppiati e gli ex pugili (ci finì con successo anche Primo Carnera, traendone soldi e una postrema felicità), e assume la forma moderna del wrestling nel 1961 con l?ascesa di Freddie Blassie ?il vampiro? e con l?introduzione del gimmick, ovvero il personaggio impersonato dal wrestler. I nostalgici rimpiangono i tempi in cui Dan Peterson commentò per primo le gesta epiche di campioni come Hulk Hogan e Jack the Snake, immaginando un tempo in cui il wrestling non era solo finzione spettacolare. Occorre rileggere il Barthes del famoso saggio Miti d?oggi (1957) e in particolare l?analisi de Il mondo del catch per ricredersi: dai tempi del ?vampiro? il catch, come scrive il grande francese «partecipa della natura dei grandi spettacoli solari, teatro greco e corride». Non è uno sport, è uno spettacolo; uno spettacolo con personaggi che impersonano ruoli fissi: «La funzione del lottatore non è di vincere, ma di compiere esattamente i gesti che ci si aspettano da lui», scrive Barthes e, come a teatro, ogni lottatore spinge all?eccesso la parte che gli è stata assegnata, esaltando il proprio corpo, la propria bruttezza o la propria artificiosa integrità morale con la comica perentorietà che è propria dei personaggi della Commedia dell?arte. Per questo il travestimento o l?atteggiamento servono a dichiarare in anticipo il contenuto delle parti: sul ring si recita a soggetto, il lottatore improvvisa le battute secondo l?estro del momento, ma nel rigido rispetto dei ruoli assegnati: Neo Pulcinella e Capitan Padania non fanno altro che variare sull?antico tema fisso e petulante della schermaglia, i loro costumi ci informano in anticipo sul contenuto della lotta che sarà sempre la stessa, come un rito che conferma se stesso. Nell?osceno quadrato del ring quei corpacci ipermaschilistici danno vita a una pantomima teatrale, al trionfo tardomoderno e retoricissimo del kitsch, fatto di passioni recitate e non vissute, di finti dolori, di sconfitte enfatiche quando il corpone del lottatore giace come un manichino pantagruelico sotto il gomito del vincitore, osannato da una folla in delirio, plaudente il trionfo della giustizia, o della sordida vendetta in maschera. Nell?arena, per tornare ancora all?autore francese, i wrestlers, indossando maschere tragiche, elargiscono «al pubblico il grande spettacolo del Dolore, della Disfatta e della Giustizia». I bacchettoni lo giudicano uno spettacolo violento ma, ci ricorda Barhes, «solo l?immagine è nel campo del gioco, e lo spettatore non desidera affatto la sofferenza reale del lottatore, gusta solo la perfezione di un?iconografia». Quei grandi corpi che crollano a terra o affondano nelle corde agitando le braccia dànno luogo a figure antiche, all?ostensione degli antichi miti della sofferenza e dell?umiliazione pubblica, mentre il vincitore issa se stesso, ruggendo, al centro dell?arena, incarnando in se medesimo il mito permanente di Rocambole, di Batman, di Scapin, del grande protagonista significativo come un?entità classica.
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