21 Giugno 2005

Lo sciopero dei buoni pasto

Lo sciopero dei buoni pasto


La Fipe-Confcommercio: «Da domani adesione massiccia degli esercenti»





Approccio invertito. Si comincia dalla fine. La domanda alla cassa è una: si accettano buoni pasto? Se la risposta è affermativa, il cliente prende posto ai tavoli o afferra il carrello della spesa. Se è negativa, scatta il secondo quesito: quando termina lo «sciopero»? Disorientamento, incredulità, rabbia, richiesta di maggiori informazioni. Il popolo che paga con i ticket da ieri è allo sbando. In alcuni supermercati, bar o ristoranti della città i «microassegni» non hanno più valore di moneta. Ma il blocco nel capoluogo e nei centri della provincia dovrebbe partire in maniera massiccia da domani. Ieri sera si è tenuta a Bari una riunione promossa dalla Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi di Confcommercio, che a livello nazionale guida la sommossa. Il presidente provinciale, Nicola Pertuso, annuncia: «Stiamo incontrando i coordinatori delle città del Barese affinché si facciano portavoci, presso gli associati, dei motivi alla base del rifiuto». Stanno inoltre per essere spedite lettere di protesta indirizzate ai principali datori di lavoro della provincia, enti pubblici e privati. I vertici della Fipe hanno più volte avuto modo di spiegare: le aziende emittenti chiedono commissioni troppo elevate che superano anche il 12 per cento (dieci anni fa si attestavano al 2-3 per cento) e i pagamenti sono troppo lenti. Per questo si chiede l`intervento dello Stato in modo che il costo di ogni tagliando sia esattamente quello nominale e che i contratti dipendano dagli altri servizi offerti. Il malessere deriva dal fatto – dice la Fipe – che i datori di lavoro pretendono uno sconto sull`acquisto dei buoni pasto dalle società di emissione. Pertuso fa un esempio: «Quando un cliente paga la consumazione con un ticket da 5 euro, l`esercente somministra consumazioni per 5 euro ma incassa 4,5 o 4 euro». A lanciare la protesta è stato il colosso della ristorazione «McDonald`s Italia»: anche sulle vetrine del fastfood di via Sparano è affisso il manifesto con lo sfondo azzurro. Si legge: «Pasti buoni sì, buoni pasto no. Purtroppo i costi dei buoni pasto sono diventati sempre più alti e dal 20 giugno siamo costretti, per non scendere a compromessi, a non accettarli più». Politica seguita anche da Massimiliano De Napoli, titolare di «Spizzico» che si affaccia su piazza Umberto: «Per ora non abbiamo intenzione di accettare i ticket. Non vogliamo penalizzare il cliente, ma neppure vederci costretti – nell`ipotesi in cui non venga raggiunto un accordo su scala nazionale – ad alzare i prezzi». L`atteggiamento più comune è però quello di attesa. Raffaele Caporusso che gestisce la «Caffetteria De Paris» ieri ha ritirato i ticket: «Aspettiamo segnali dalle organizzazioni di categoria. Il fai-da-te è controproducente. L`auspicio è che gli esercenti individuino un modo unanime di agire. Il cliente si serve lì dove trova qualità e convenienza». Intanto ad avere le idee chiare sono le associazioni che operano in tutela dei consumatori. Antonio Pinto della Confconsumatori è categorico: «Le vittime di questa guerra non possono essere i clienti». Ragiona: «I ristoratori e gli esercenti dei pubblici esercizi in generale grazie ai buoni pasto realizzano un fatturato più elevato collegato ad un ampio volume di vendite. Inoltre hanno una sorta di “dovere“ nei confronti del consumatore». Chiama in causa pure le aziende che danno i ticket ai propri dipendenti: «I tagliandi fanno parte del salario, sono una forma di retribuzione disponibile soltanto se oggetto di scambio e per giunta entro i termini indicati dalla data di scadenza». Infine Mirco Peragine dell`associazione «Ambiente e vita» ringrazia il Codacons e Lucio Marengo, conduttore della trasmissione televisiva «L`altra verità», per aver creduto nella battaglia sulle speculazioni dei buoni pasto che l`associazione conduce da tempo.



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