29 Maggio 2005

Operato di tonsille, da due mesi è in coma

Operato di tonsille, da due mesi è in coma

Il bimbo «soffocato» da un?emorragia. I medici che lo curano: ora rischia danni permanenti

Dorme. Da due mesi. Ogni tanto stringe la mano della mamma. Ma sono solo nervi che si contraggono. Alla fine di marzo, questo bambino di 3 anni e mezzo che ora vive disteso nel letto di una clinica, aveva le tonsille gonfie. «Bisogna operare», disse il medico. Un?operazione di routine , all?apparenza perfettamente riuscita. Solo che il piccolo, nei giorni seguenti, continuava ad avere la febbre. Per due volte i genitori lo portano in ospedale. Per due volte vengono rimandati a casa: «Niente di grave, state tranquilli». Cinque giorni dopo l?intervento, alle 4 del mattino, il bambino si sveglia vomitando sangue. L?ambulanza, la corsa in pronto soccorso. Il suo cuore si ferma per 40 minuti. Da quel giorno è in coma. Gli occhi chiusi. La mamma non lo lascia solo un attimo. «Soltanto quando si sveglierà – dicono i medici – potremo valutare i danni permanenti». Non è detto, però, che Mario si svegli: «Se non succede entro un anno, è molto probabile che non si svegli più».
La storia inizia all?ospedale di Vizzolo Predabissi. I genitori di Mario (il nome è di fantasia) sono di origini pugliesi. Il padre, Sante S., 28 anni, lavora a Milano. Vive a San Giuliano con la moglie, 27 anni, incinta di 5 mesi, e l?altro figlio, poco più di un anno. «Se la famiglia avesse insistito nel chiedere più attenzione da parte dei medici – commenta Marco Donzelli, presidente del Codacons, associazione che assiste i genitori – questa disgrazia non si sarebbe verificata».
A febbraio Mario non riesce a ingoiare, si lamenta, piange. Una cosa comune, per la sua età. Niente di preoccupante. Centinaia di piccoli, ogni giorno, vengono operati alle tonsille. Ma un intervento su un bambino di 3 anni e mezzo fa sempre paura. La famiglia di Mario si affida all?eccellenza della sanità lombarda.
Il bambino entra in sala operatoria il 23 marzo scorso, in mattinata. Esce senza tonsille e adenoidi. Nel pomeriggio ha la febbre alta, perde sangue dalla bocca. Normali conseguenze dell?intervento. Viene dimesso il giorno dopo, con la febbre a 39. «Tenetelo qui – chiede la madre – sarà più controllato, questa febbre non mi fa stare tranquilla». Il bambino però torna a casa. Dovrebbe mangiare almeno del tè, ma lo rifiuta. Non smette un secondo di piangere. Nel pomeriggio i genitori, preoccupati, si presentano di nuovo al pronto soccorso dell?ospedale di Vizzolo.
La storia di Mario è finita in una denuncia ai carabinieri della stazione di San Giuliano Milanese, datata 2 aprile. Saranno i magistrati a verificare e attribuire eventuali responsabilità dei medici. A partire da chi ha dimesso per la seconda volta il bambino, con la febbre a 38,7 gradi, la sera del 24 marzo.
Nei 3 giorni successivi Mario perde peso. Non c?è più sangue nella sua saliva. Ma non mangia, si lamenta, ha sempre la febbre. Il 27 marzo, giorno di Pasqua, i genitori di Mario tornano ancora in pronto soccorso. Il bambino viene visitato da un medico del reparto pediatria. Vomita, gli esami dicono che ha un po? di acetone. Per la seconda volta viene rimandato a casa, un paio di medicinali da acquistare in farmacia. «Le persone dovrebbero esigere sempre il massimo dell?attenzione dai medici – continua Donzelli – rivolgersi ad altri se si sentono trascurati. Al posto di questo bambino potrebbe trovarsi il figlio di chiunque».
Passa un giorno. Nella notte tra il 28 e il 29 marzo, un colpo di tosse sveglia i genitori di Mario. Il bambino ha un?emorragia, il sangue lo soffoca, il suo cuore si ferma. Arriva l?ambulanza, la rianimazione sotto casa, poi l?operazione d?urgenza all?ospedale Buzzi di Milano. Dimesso a fine aprile, da allora Mario è inchiodato nel letto di una clinica. Doveva essere un?operazione di routine . La routine , ora, è questo sonno che dura da due mesi. E che potrebbe non finire.

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