«Così fu vittima di tre colleghe»
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fonte:
- La Stampa
«Aspiravano una sigaretta dopo l?altra
Lei protestò inutilmente per sette anni»
ROMA
FERRUCCIO Di Bari aveva 55 anni quando il mondo gli crollò addosso.
Proviamo a raccontare la vostra famiglia, prima.
«Prima che si scoprisse il tumore eravamo una famiglia come tante. Io lavoravo all?Inps. Nostro figlio Claudio aveva 25 anni, studiava medicina, aveva la media del 27. Non ci mancava nulla».
Che cosa accadde?
«Mia moglie fece un controllo di routine al Policlinico e scoprì alcuni valori che erano alle stelle. A quel punto fu facile arrivare alla diagnosi: tumore ai polmoni. Maligno, chiaramente. Io e mio figlio non le dicemmo nulla. Tenemmo tutto per noi, ma sapevamo che nel 75% dei casi si muore. Il 17 ottobre ?92 fu operata al Forlanini. Poi la chemioterapia, cicli di un mese e così via per un anno. Un anno terribile, di angoscia, di sofferenza. Mia moglie non era più la stessa donna e non lo sarebbe mai più stata, non solo fisicamente. Nostro figlio non riusciva più a studiare. La media si abbassò al 25».
Come scopriste che la causa era il fumo?
«Ce lo dissero i medici. Rimanemmo a bocca aperta. Mia moglie non aveva mai fumato. Nè in casa avevo mai fumato io o nostro figlio».
Non restava che l?ufficio.
«Certo, l?ufficio al ministero. Mia moglie si lamentava da tempo, sette anni per la precisione. Aveva protestato, contro le colleghe».
Quante?
«Tre. Due in particolare erano molto antipatiche. La chiamavano matta, estremista. E continuavano a fumare, come se nulla fosse. Aspiravano una sigaretta dietro l?altra e si rifiutavano di aprire le finestre e la porta. In una stanza che era molto piccola. Insomma era una camera a gas. Era la numero 75, dava su via Dandolo, si trovava circa quattro metri sotto il livello stradale».
Sua moglie tornò al lavoro dopo un anno. La diagnosi dei medici era stata chiara: cambiò qualcosa?
«Nulla. Alla fine del ?91 aveva cambiato stanza. Era nella numero 81, ma sempre insieme con colleghe che fumavano.
Ricorda il nome?
No, sono passati tanti anni. Il numero delle stanze lo leggo dalla relazione della Direzione Generale del ministero, altrimenti non lo ricorderei. Ricordo però che, quando nel ?93 tornò a lavorare, si ritrovò in stanza con colleghe che continuavano a fumare. Sostenevano che la diagnosi era una sciocchezza, che il fumo passivo non causava problemi».
Come riusciste a dimostrare il contrario?
«Una collega di mia moglie aveva il marito che lavorava al Codacons. Fu lei a darci una mano, a farci conoscere l?associazione. Fino ad allora avevamo avuto grosse difficoltà a trovare qualcuno che ci difendesse. Il Codacons invece ci diede la possibilità di iniziare e poi di vincere questa battaglia».
Fino a quando ha lavorato sua moglie?
«Riuscì a resistere un anno dopo l?operazione, poi andò in pensione, perchè per fortuna aveva raggiunto i 35 anni di contributi. Resistere in quelle condizioni, sapendo di aver subito già un?operazione e un ciclo di chemioterapia, e dovendo ancora inspirare fumo, sembrava veramente troppo. Ricordo che piangeva, per lei era un?ossessione. La sera tornava a casa e diceva che le bruciavano gli occhi e la gola e il puzzo la costringeva ad appendere il cappotto fuori dal balcone. Una volta buttò nell`immondizia una borsa di camoscio rosa completamente impregnata dell`odore di sigaretta. Purtroppo doveva subire».
Sua moglie intanto era guarita dal tumore?
«E? vero, ma non era più la stessa. Soffriva di crisi depressive. Di tanto in tanto le capitava di svenire. Era l?effetto della chemioterapia».
Oggi potrebbe essere un bel giorno: se ci fosse anche sua moglie si potrebbe festeggiare.
«Già, dopo tante tribolazioni, vedersi riconoscere i propri diritti… ma il destino ha voluto altrimenti. E? morta il 15 febbraio 2000, dopo essere stata investita mentre attraversava sulle strisce pedonali da un ragazzo che guidava un?auto. Cadde, battè la testa, 20 giorni di coma. Il ragazzo sostiene di non averla vista».
Sembra una maledizione: che cosa direbbe oggi alle colleghe che fumavano?
«Che cosa vuole che dica. L?indifferenza è la miglior vendetta. Erano due irresponsabili».
E allo Stato oggi che cosa vuole dire?
«Che una vicenda come quella di mia moglie è costata 120 milioni di lire, che ogni anno si spendono 7 mila miliardi di vecchie lire per danni da fumo. E che tutto questo non è giusto e per fortuna abbiamo almeno visto riconosciuti i nostri diritti».
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