14 Aprile 2005

Allarme consumi: niente più boutique, al mercato si spende meno

ROMA Niente più negozi e boutique, molto meglio optare per i più economici mercatini, fiere e bancarelle.
In tempi di magra, strette tra il continuo aumento dei prezzi e redditi quasi immutati, le famiglie italiane hanno abbandonato negli ultimi anni i negozianti di fiducia e, in cerca del massimo risparmio possibile, hanno scelto sempre più spesso i venditori ambulanti, frequentando i mercati dove prima si spulciava più che altro per curiosità.
Secondo l`ultima indagine dell`Icu, l`istituto dei consumatori e utenti, lo scorso anno le vendite nei punti vendita «fissi», cioè essenzialmente nei negozi, sono diminuite del 2,1%. La flessione «più forte degli ultimi anni». I consumi sono però nel contempo cresciuti dell`1,1%. La forbice tra i due dati è, secondo l`istituto, il segno di un cambiamento delle abitudini delle famiglie, trasferitesi dagli interni di botteghe e negozi agli esterni di mercati e fiere.
Sul calo del 2,1% sembra tra l`altro aver influito soprattutto la crisi dei piccoli negozi di quartiere. Gli italiani, sottolinea l`Icu, si sono infatti rivolti sempre più spesso anche ai grandi magazzini, dove le vendite sono aumentate nel 2004 del 2,4%, e soprattutto a ipermercati (+3%) e hard discount (+2,9%).
Oltre al «dove» si compra, a mutare profondamente negli ultimi anni è stato anche il «cosa» si compra. Nei tre anni tra il 2000 e il 2003, spiega ancora l`Icu, «le difficoltà economiche di cui hanno risentito delle famiglie, hanno inciso sulla dinamica della spesa». Calcolata come «reale», cioè al netto dei fitti figurativi che Istat e Bankitalia inseriscono nelle loro rilevazioni, e al netto dell`inflazione, la spesa per famiglia è risultata in calo nel triennio del 4,5%. Nei tre anni precedenti era invece rimasta stazionaria. Ad essere sacrificati sono stati soprattutto il tempo libero, l`istruzione e la cultura e i trasporti, «cioè le spese più comprimibili». La spesa per la cultura in particolare, già minima nei bilanci delle famiglie, è scesa tra il 2000 e il 2003 da 31 a 28 euro al mese, con un calo cioè di circa il 10% in tre anni (sempre a prezzi costanti). Ma nelle fasce di consumo più basse, cioè nelle famiglie di pensionati o di operai, la contrazione è stata ben più generalizzata. Mentre infatti per i redditi più elevati le spese per la persona, cioè essenzialmente per l`abbigliamento e le calzature, non hanno risentito di particolari cambiamenti di abitudine, nelle famiglie con salari più modesti sono stati colpiti anche i consumi essenziali, dalle spese per la persona a quelle per la salute.
Secondo un`indagine del Codacons L`85% delle persone ha cambiato le proprie abitudini di acquisto dal 2001 ad oggi. Il 90% di queste dice che sono cambiate in peggio.L`indagine è stata effettuata su un campione di circa 550 famiglie che, pur non avendo alcun valore statistico, rivela «una situazione allarmante». Dato ancora più preoccupante emerso dalla ricerca, è la pressoché totale sfiducia nei confronti del futuro. L`80% degli intervistati ritiene che nei prossimi mesi i prezzi in Italia non subiranno un arresto. Al primo posto tra le rinunce gioielli e calzature (-35%). Gli intervistati ritengono poi di aver ridotto del 31% le vacanze all`estero e del 21% in Italia. Interessante notare anche che il 23% delle persone ha perso anche in «sapere»: secondo l`indagine si è registrato un calo del 23% di acquisti dei libri e del 16% di giornali e riviste.

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