4 Febbraio 2005

A Scampia c?è chi trova il coraggio di raccontare una storia amara

Mentre va avanti l?indagine dei carabinieri sugli alloggi pubblici occupati abusivamente dai camorristi, a Scampia c?è chi trova il coraggio di raccontare una storia amara. È la storia di chi aveva una casa e adesso non ce l?ha più. Perché qualcuno, approfittando della sua assenza, ha forzato la porta e si è sistemato all?interno. Inutile protestare, inutile chiamare la polizia. Qualche volta l?intruso fa finta di allontanarsi, ma poi ritorna e si mostra più deciso e aggressivo di prima: «Prendi le tue cose e vattene, adesso qui ci vivo io». Alla vittima non resta scelta, se non radunare gli effetti personale e trasferirsi da qualche parente. Possibilmente per sempre. Il più lontano possibile da Scampia. Cronache di ordinario sfratto nel parco delle Poste, lotto N, viale della Resistenza (lo stesso gruppo di palazzine dove, nel pieno della faida tra clan Di Lauro e scissionisti, due abitazioni sono state distrutte con il fuoco): le ha raccolte l?avvocato Giuseppe Ursini, fiduciario Codacons Napoli, che difende gli interessi di un gruppo di assegnatari decisi a non subire il ricatto. Otto corpi di fabbrica, quattrocento appartamenti costruiti sul finire degli anni ?80 per i dipendenti delle P.T. e dell?Azienda di Stato per i servizi telefonici: il sogno di una vita, essere proprietari di casa, coltivato con le trattenute sullo stipendio per il riscatto. Nell?87 la prima tranche di assegnazioni. Sette anni dopo, nel parco, si cominciano a vedere cose strane: persone che vanno e vengono, si guardano intorno, controllano le finestre e prestano molta attenzione alle luci accese. Per evitare incontri spiacevoli basta tapparsi in casa. A un certo punto, però, non basta più nemmeno questo. I «visitatori», armati di cacciavite, piccone o sega elettrica, prendono possesso degli scantinati e poi si lanciano all?assalto dei sessanta alloggi ancora disabitati. Finita qui? Magari. Quaranta legittimi assegnatari, un po? alla volta, vengono buttati fuori. La signora Giovanna va a far visita con il figlio alla madre ammalata e, al suo rientro, trova la porta forzata e un gruppo di sconosciuti in casa. Chiama la polizia, la polizia allontana gli intrusi. La scena si ripete qualche giorno dopo: questa volta gli occupanti se ne vanno senza attendere l?arrivo degli agenti. Al terzo tentativo, il blitz riesce: una frase minacciosa – «Adesso te ne devi andare» – e Giovanna decide di cambiare aria. Riempie la valigia di vestiti, raduna gli effetti personale e si trasferisce dalla madre. Non molto diversa la storia di Alberto. Parte per le vacanze, certo che nulla potrà accadergli perché ha installato una porta blindata, e al ritorno trova una sgradita sorpresa. Con le sue chiavi non riesce più ad aprire. La spiegazione? Semplice: qualcuno ha smantellato la porta corazzata e l?ha sostituita con un?altra. Alberto non prova nemmeno a chiamare la polizia. Bussa, entra, chiede permesso, raccoglie le sue cose e scappa via. Come Giovanna e Alberto molti altri. E altri, ancora, si stanno preparando al trasloco prima che qualcuno glielo imponga con la forza.

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