18 Gennaio 2005

L`enigmista è tornato sul grande schermo. Ma questa volta uccide

In Batman forever di Joel Schumacher (1995), l`enigmista – Riddler -, salacemente interpretato da Jim Carrey, è un folle che ha inventato un sistema per controllare la mente delle persone e quindi per rendersene padrone al fine di conquistare il mondo. Megalomane ma in veste di pagliaccio. In questo furibondo Saw dell`esordiente James Wan, l`enigmista è un ancora un folle ma in senso feroce, un efferato killer.
I suoi «giochi» – videogiochi o reality show? – comportano vittime, paura e sangue. Qui Jigsaw, questo il suo metaforico nome (vede e uccide), fa rinvenire incatenati in un fatiscente sotterraneo due individui, un medico e un fotografo, rapiti a loro insaputa, acconciamente anestetizzati, e messi uno di fronte all`altro. Tempo otto ore, uno dei due, per sopravvivere, dovrà uccidere l`altro. Perché? E come? In mezzo a loro c`è, steso a terra in una pozza di sangue, un cadavere con un pistola accanto. Le catene non permettono però di raggiungerlo. Intanto il misterioso carceriere, che li controlla tramite telecamera e che comunica con loro a mezzo di cellulare solo ricevente, ha provveduto a legare e minacciare in casa anche la moglie e la figlioletta del dottore. Due fegatosi poliziotti, che da tempo tengono d`occhio le mosse del fantasma assassino, corrono sulle tracce dei reclusi.
Frammezzo ad alcuni flashback ricostruttori sul come sono andate prima le cose e su come vanno ora altrove, in concomitanza con l`accadimento principale, il film di Wan procede frenetico, spesso raccapricciante (per questo il Codacons ha ritenuto di sporgere denuncia contro la campagna pubblicitaria condotta dalla Eagles pictures, ma sarebbe occorso piuttosto un divieto ai minori, che non c`è). Però – badiamo – il raccapriccio non è del tutto fine a se stesso. Il folle che realizza un`azione vendicatrice – o giustiziera, a seconda dei punti di vista – nei confronti, genericamente, degli «altri», anche se sotto tiro vi sono solo due cavie, è un malato terminale che se la prende, organizzando scontri mortali, con coloro che «non sono riconoscenti nei confronti della vita», nella convinzione che «per combattere il male devi conoscerlo il più possibile», infatti «solo così si vincono le malattie». Tesi dimostrata con uno svolgimento che ha del farneticante, avvalendosi di movimenti di macchina che non raramente danno il capogiro e di un montaggio che somiglia a un puzzle, e che tuttavia presenta non gratuiti agganci con la realtà in cui viviamo. Basti pensare al recentissimo caso dell`infermiera di Lecco che uccideva i pazienti a lei affidati iniettando bolle d`aria nelle loro vene. Raccapriccio quotidiano.
Forse questo film è un incubo, forse no. Certo l`aspetto horror è premuto a tavoletta. In fondo, tra la maschera comico-orripilante del killer, che sembra mutuata dalla zucca vuota di Halloween, e le interiora estratte sanguinanti da un addome perché contengono una chiavetta vitale, emerge dal film una riflessione sulla vita e sulla morte, sul fatto, incontestabile, che oggi il mondo, a causa di dissennatezze umane, sembra impregnato più di morte che di vita. Nessuno può chiamarsi fuori poiché, come dice il Signore a Caino, «se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta, verso di te è il suo istinto» (Gen. 4, 7). Gli attori, poco noti, stanno consapevolmente a un gioco che, come personaggi, finirà col distruggerli.

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