Italia, meno competitivi del Botswana
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fonte:
- Il Messaggero
Persi sei posti in classifica mondiale, superati dal paese africano e dalla Cina
ROMA La Cina rampante sprinta e fa il sorpasso. Ma anche il Botswana ora è un modello di competitività per l?Italia che, nella classifica mondiale stilata dal World Economic Forum tra 104 paesi, scivola indietro di sei posti, dal 41 del 2003 al 47: dietro ad ovvi competitor come Regno Unito, Germania, Spagna e Francia (tutti saldamente tra i primi 27), ma anche, appunto, a paesi come il Botswana, numero 45, e Cina, numero 46 in classifica.
La ricerca, che elabora i dati di un sondaggio del Wef tra 8.700 business leader in 104 nazioni, indica anche i fattori che determinano progressi e regressi: per l`Italia pesano il livello delle tasse (100.mo posto) e la burocrazia (103), ma anche la criminalità organizzata (90) e la spesa delle imprese in ricerca e sviluppo, uno degli argomenti più dibattuti a margine della Finanziaria (numero 70).
Nel Report dell`organizzazione di Davos trionfa la Finlandia: una conferma per il paese scandinavo (già primo nel 2003), davanti ad Usa e Svezia. Da segnalare il balzo del Giappone, che entra nella top ten (nono) mentre era ventunesimo nel 2001.
L`Italia vede invece aumentare il distacco sul resto d?Europa. La Gran Bretagna guadagna quattro posti ed è undicesima, la Germania tredicesima, la Spagna al numero 23, seguita da Portogallo, Belgio, Lussemburgo e Francia nell?ordine. La Grecia è trentasettesima.E sono più competitive di noi anche alcune ?matricole? dell?Ue. Brilla l`Estonia (ventesima), si difendono Malta, Slovenia, Lituania, Cipro, Ungheria, Cechia e Slovacchia, sgranate tra 32mo e 43mo posto.
E «la persistente discesa dell`Italia» allarma lo stesso capo economista, Augusto Lopez-Claros, che ha coordinato la ricerca: «È preoccupante e non può essere liquidata solo come riflesso del peggioramento dello stato d`animo all?interno delle imprese – dice. – Vi sono anche molti dati concreti.Colpisce il fatto che alcuni nuovi membri dell`Ue ora risultino più competitivi, grazie a un ambiente imprenditoriale più sano. Il rapporto evidenzia la necessità urgente di intensificare gli sforzi in Italia, specie nelle aree che si troveranno ad affrontare vistose debolezze in termini di qualità delle istituzioni e impiego di risorse pubbliche».
E tra i fattori di svantaggio il più rilevante per noi è proprio il livello di regolamentazione pubblica, sia da parte dello Stato che degli enti locali. Qui siamo al 103.mo posto su 104 paesi. Segue il carico fiscale. E pesano le attese di recessione (97.mo posto), la criminalità organizzata, l`accesso al credito. Esiziale viene ritenuta anche la bassa spesa delle aziende in ricerca e sviluppo.
Quanto ai punti a favore, il settore in cui brilliamo è la presenza di telefonini (quarti assoluti). Ma anche il rating del paese (19.mo posto) e l`uso di Internet (26) e computer (28) aiutano a limitare i danni di una stima comunque scoraggiante.
«Il Paese è fermo. E in questa fase chi si ferma inevitabilmente arretra», commenta Andrea Pininfarina, vice presidente di Confindustria. Mentre, in contrasto con Lopez-Barros, per i ricercatori della Bocconi (che hanno raccolto i dati e le interviste per la parte italiana del rapporto) è anzitutto il pessimismo dei manager ad affossare l`Italia nella classifica del Wef.
«Forse non abbiamo davanti tutti questi paesi – frena il direttore di Confindustria Maurizio Beretta, – ma gli industriali fanno della competitività il punto centrale della loro strategia, perché è quella la sfida per rilanciare crescita e sviluppo di oggi e di domani». Quanto alle associazioni dei consumatori, per Intesa la graduatoria del Wef è occasione per un giudizio impietoso: «Non basteranno decenni per riparare i guasti procurati all`economia e ai consumatori da un governo la cui finanza allegra e creativa ha arricchito, con il pretesto dell`euro, pochi a danno di molti».
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