Dieci parti civili chiedono i danni a 2 ex dirigenti
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fonte:
- La Gazzetta del Mezzogiorno
Il Comune di Bari, ma anche la Provincia, la Regione Puglia e il ministero dell`Ambiente e della qualità del territorio: dalla periferia al centro, tutti gli enti politico-istituzionali presentano il conto alla Fibronit per i paventati danni ad ambiente e cittadini di Bari.
Il pubblico ministero Roberto Rossi, ha portato in un`aula di tribunale i due più recenti amministratori dell`azienda piemontese che ha prodotto manufatti in cemento amianto, nella sua filiale barese, per cinquant`anni. Insieme alla produzione lecita, il magistrato ha annunciato al giudice unico Francesca Romana Pirrelli di voler provare che in quella fabbrica si è perpetuata la pratica di un`altra produzione, stavolta illecita, consistente nell`abbandono incontrollato di rifiuti pericolosi per le persone. Una pratica che ha prodotto danni di varia natura: all`immagine della città e alla qualità complessiva della vita dei residenti.
La Fibronit non è una discarica qualsiasi. Nel 1994 e per altri anni a venire (fino al 1996), quando un gruppo di studenti associati di Anarres l`hanno segnalata, se ne è persino negata l`esistenza. Prima ancora, nel 1992, una relazione di parte ne ha minimizzato la portata esplosiva in termini di quantità e qualità dei rifiuti fino a qualificare come ininfluente il livello d`inquinamento. Oggi – undici anni dopo – l`area è sotto sequestro come fonte di «gravi rischi per la salute pubblica». Per la gravità della situazione, lo stabilimento è stato inserito tra i 41 inquinati di interesse nazionale. Dopo il fallimento decretato il 13 marzo, non c`è più un`azienda alla quale intimare l`osservanza delle leggi in materia di tutela dell`ambiente e prevenzione dei rischi per la salute. C`è invece un curatore fallimentare il cui unico interesse è (e non può non essere) quello di ricavare il massimo dalla vendita dei beni (suoli inquinati di via Caldarola compresi) dell`azienda fallita.
Se nel recente passato gli enti pubblici individuati dalla legge avrebbero potuto disinnescare insieme alla società Fibronit (e soprattutto a spese della società Fibronit) la bomba ad orologeria della discarica tra le case (80mila residenti senza contare le migliaia di persone che lavorano in zona), da oggi dovranno farlo senza la società Fibronit. Anzi, con la legittimazione a costituirsi parti civili nel processo per i reati ambientali iniziato ieri, dovranno farlo contro quello che rimane della Fibronit. Almeno per recuperare parte delle spese.
Il ricorso all`azione giudiziaria, da sempre considerata l`«extrema ratio», sancisce la frustrazione del tentativo delle associazioni (Associazione esposti amianto, Comitato cittadino Fibronit, Società italiana di geologia ambientale), anch`esse ammesse tra le parti civili, di imporre all`approntamento di soluzioni per l`emergenza (decretata nel 1996 con la prima perizia) ritmi da emergenza. Un`accelerata da emergenza di protezione civile decretata ormai due anni fa dal dipartimento presso la Presidenza del consiglio dei ministri che era stato chiamato in causa dal segretario della commissione parlamentare d`inchiesta sui rifiuti, Lucio Marengo, prima e dall`assessore provinciale alla Protezione civile, Cesare Veronico da allora in poi.
Wwf e Codacons, gli enti esponenziali che completano il novero delle parti civili, rivendicano infine il diritto ad un ambiente salubre che evidentemente, sostengono, almeno in questi ultimi nove anni, è stato negato ai baresi.
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