La perdita per i dipendenti sale a 15 miliardi di euro
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fonte:
- Il Gazzettino
L`inflazione erode i salari. Anche ad aprile, secondo i dati Istat, l`aumento del costo della vita è stato nettamente superiore all`incremento delle retribuzioni, proseguendo in un processo perverso in atto ormai da mesi che sta portando ad un sempre più rilevante taglio del “potere di acquisto“ dei lavoratori dipendenti.
In un anno, secondo le rilevazioni dell`Istat effettuate ad aprile, l`inflazione “ufficiale“ si è attestata al 2,7\%; nello stesso intervallo di tempo l`aumento medio delle retribuzioni si è fermato all`1,7\%, esattamente un punto percentuale al di sotto dell`aumento del costo della vita.
Se poi si passa a considerare l`inflazione “reale“, la differenza con l`andamento dei salari diventa abissale (come ormai ogni mese possono verificare, di “tasca propria“, dipendenti e pensionati). Ma anche restando ai dati “ufficiali“ la situazione economica di lavoratori e pensionati italiani sta precipitando in una discesa che i sindacati definiscono ormai senza mezzi termini “drammatica“.
Secondo l`Intesa dei consumatori (Codacons, Adusbef, Federconsumatori e Adoc) nell`ultimo anno i lavoratori dipendenti italiani hanno subiscono una perdita del potere d`acquisto dei salari quantificabile fra i 3 e i 7 miliardi di euro. Considerando validi i dati “ufficiali“ -osservano le associazioni dei consumatori- un punto percentuale di perdita per salari e stipendi rispetto all`inflazione corrisponde a 150 euro l`anno di perdita per redditi fino a 15mila euro, ossia 3,168 miliardi di euro su base annua». Ma, aggiungono i consumatori, «poiché l`inflazione reale è molto superiore per l`insufficiente peso che il paniere Istat attribuisce ad alcuni beni e servizi, spesso obbligatori e di prima necessità (primi fra tutti la Rc auto ma anche i servizi bancari e postali), si può stimare in almeno 350 euro la perdita annua sul monte salari, il che corrisponde a una perdita secca di 7,530 miliardi di euro l`anno».
Un importo che sale addirittura a 15 miliardi di euro se si tiene conto di una serie di altre perdite per i consumatori: dal mancato pagamento delle cedole sui bond argentini, alle perdite rilevanti sui fondi di investimento, al cattivo andamento del risparmio investito in azioni e obbligazioni, al calo dei rendimenti dei titoli di Stato. Tutti soldi, conclude l`Intesa, «sottratti ai consumi».
Ritornando ai dati ufficiali forniti dall`Istat, l`Istituto stesso fornisce un ulteriore elemento di preoccupazione sottolineando che «sulla base della dinamica precedente e dei contratti in vigore alla fine di aprile, l`indice delle retribuzioni orarie contrattuali per l`intero sistema economico italiano ha già acquisito rispetto al 2002 un incremento dell`1,5\%, raggiungendo cioè un valore di un decimo di punto percentuale superiore al tasso di inflazione programmata per l`intero anno 2003». Si aggiunga che alla fine dello scorso mese di aprile risultavano in attesa di rinnovo i contratti di lavoro di 32 categorie.
«Si consolida nel mese di aprile -ha osservato ieri Marigia Maulucci, segretaria confederale Cgil- lo scarto dell`1\% tra inflazione e retribuzioni, con effetti drammatici sul tenore di vita dei lavoratori e quindi sulla disponibilità ai consumi, motore importante di un`economia che ha bisogno di ossigeno».
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