Qui Chinatown: ristoranti deserti per colpa del virus
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fonte:
- Il Resto del Carlino
MILANO ? «Tu giolnalista?». Impossibile negare l`evidenza di biro e taccuino. «Pallale con proplietalio». Poche vie ma l`aspetto è quello di una cittadella. Sarpi, Canonica, Bramante, Niccolini, Bernini, Giordano Bruno. Quadrilatero del passato. Vecchia Milano spazzata via. Un quartiere che finisce in prima pagina con ciclica regolarità, per un fatto di sangue o per le proteste dei residenti. E` la Chinatown meneghina.
Cittadella di 8mila abitanti
Sono 8.656 i cinesi residenti a Milano. All`anagrafe sono registrati più Hu (tipico cognome cinese, originario della provincia dello Zhejiang) che Brambilla. Segno dei tempi. I residenti in provincia sono 10.852. Una fetta cospicua dei 56.660 cinesi censiti in Italia tre anni fa, cifra rispettabile ma ridicolizzata dai 50mila clandestini che avrebbero trovato accoglienza nel Belpaese.
Sars, polmonite atipica. Primo affondo in un ristorante che, alla faccia delle grandi ombre di Mao, Hirohito e Chang Kai-shek, promette in contemporanea cucina cinese e giapponese. Gli umori sono sereni: «I clienti ? dice la titolare ? continuano a venire».
Risposte circospette. La barriera della lingua. Il «no italian» pronto a scattare. Suny combatte con l`italiano e la concorrenza dei ristoratori suoi connazionali da sette anni, troppo pochi per avere ragione dell`uno e debellare gli altri. Si affida all`abilità di traduttrice dell`amica Ana: «Ho telefonato in Cina, ai miei parenti che abitano vicino a Canton. La televisione e i giornali parlano di questo virus, non nascondono niente. La situazione non è così drammatica. Mio fratello, che lavora per la Telecom cinese, dice che posso tornare quando voglio».
Giulia (nome italiano) inalbera un piglio manageriale rivestito da un tailleur di donna d`affari. Nel suo ristorante il televisore è acceso. La parabolica compie il miracolo di offrire un telegiornale dalla Cina. Per il cronista caffè, traduzione simultanea e invito a pranzo, prendi tre e non paghi nulla. «Voi italiani ? dice Giulia ? ingrandite tutto, un dito lo fate diventare una mano. Mio figlio sabato è tornato da scuola tutto preoccupato per quello che aveva detto la maestra. Voleva sapere di questi malati, di questi morti. Senta il telegiornale: sta dicendo che tre mesi fa il virus si faceva sentire. Adesso non più».Tre mesi? Intanto il sciur Brambilla e il cumenda Carugati ignoravano ogni cosa. Per gli amici è Andrea. Giovane ristoratore. E` il primo ad ammettere qualche venticello di crisi: «Gli italiani vengono di meno. Sarà colpa del virus, sarà colpa della guerra, sarà per la crisi…».
Luigi Sun è un affabile commerciante cinese di 45 anni, in Italia da quando ne aveva cinque. E` un portavoce, ma anche uno degli uomini più rappresentativi della comunità che vive all`ombra della Madonnina: «Fra sabato e domenica ho raccolto le lamentele di amici che hanno ristoranti in città e in provincia. Qualcuno mi ha detto di essere passato da 120 a 30 coperti. Una crisi dove possono giocare varie cause, compresa la guerra».
Allarme giocattoli
« E` vero che la Cina non ha avvertito tempestivamente del virus ? continua ? E` vero anche che c`è stata un`inflazione di ristoranti cinesi: la nostra ristorazione è in difficoltà, a prescidenre dal virus. Oggi va più quella giapponese o quella indiana. Tanti ristoranti cinesi si sono messi a fare la pizza».
Intanto il Codacons apre un nuovo fronte: i giocattoli costruiti in Cina potrebbero essere un veicolo di diffusione della polmonite atipica.
Un esposto è arrivato al ministero della Salute e a quello delle Attività produttive. E a Piacenza si apre giovedì il Salone dei Bottoni. Molti gli espositori del made in China. E i visitatori cinesi saranno ancora di più.
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