Il giallo dei prezzi
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fonte:
- Il Manifesto
L`Istat costretta a rifare i conti: in gennaio inflazione al 2,8%
Giallo sull`inflazione in gennaio: l`Istat in mattina aveva diffuso un comunicato nel quale confermava il dato tendenziale della città campione: +2,7%. Ma il dato viene contestato dalle associazoni dei consumatori: accusano l`Istituto di aver inserito indebitamente la diminuzione dei prezzi dei medicinali, entrata in vigore il 16 gennaio. Poche ore dopo l`Istat annuncia che in serata sarà diffuso un nuovo comunicato, confermando le osservazioni delle associazioni dei consumatori. Alle 20 il dato viene corretto: in gennaio, fa sapere l`Istat, l`inflazione tendenziale è salita al 2,8%. Trionfanti le associazioni dei consumatori: chiedono la testa della «cupola» Istat, come elegantemente definisce i vertici dell`Istituto, Elio Lannutti, presidente dell`Adusbef. Più pacata la Cgil: «l`Istat sbaglia, ma ammette l`errore, il governo sbaglia ma non lo ammette», commenta Marigia Maulucci, segretaria nazionale.
«Sui prezzi non si può andare a sensazioni», aveva sostenuto in mattinata Alberto Zuliani, presidente Istat fino a un paio di anni fa. La dichiarazione è stata fatta nel corso di un convegno della Spi-Cgil nel quale è stata presentata una ricerca realizzata dal Cer nella quale emerge con chiarezza che l`aumento dei prezzi penalizza pesantente gli anziani e oltre la metà delle famiglie italiane composte da pensionati ha visto ridursi il potere d`acquisto.
Tornando al dato Istat, in gennaio i prezzi (rivisti) su base mensile sono aumentati dello 0,4%. Aumenti superiori alla media per l`abitazione, elettricità e combustibili (+1,1%), trasporti e alberghi, ristoranti e pubblici esercizi (+0,6%). In forte discesa (-1,3%) nel testo diffuso in mattinata la spesa per servizi sanitari e per la salute la cui variazione al ribasso, secondo l`Intesa dei consumatori non doveva essere inserita nel mese di gennaio, visto che la riclassificazione dei medicinali è entrata in vigore solo il 16 del mese, mentre le rilevazioni vengono effettuate entro il giorno precedente. Avevano ragione. L`Istat (che aveva anche comunicato che l`indice armonizzato Ue segna una variazione del 3%, nettamente superiore alla media euro) ha fatto marcia indietro.
Tornando al rapporto Cer-Spi Cgil, il sindacato dei pensionati, emerge che tra il 1996 e il 2002, utilizzando i «contestati» dati Istat il 46,5% delle famiglie con pensionati ha subito una perdita del potere d`acquisto a causa dell`inflazione. Ma negli ultimi tre anni la situazione è nettamente peggiorata: la percentuale è salita, infatti, al 52,5%. E mentre in precedenza la perdita del potere d`acquisto era in media dello 0,7%, tra il 2000 e il 2002 la perdita è salita all`1,1% annuo.
Il rapporto si occupa anche del differenziale tra inflazione percepita, inflazione «statistica» e inflazione programmata. Il risultato è clamoroso: su 7 milioni di famiglie di pensionati, tra il `97 e il `99 quando l`aumento dei prezzi fu più contenuto, ben 5 milioni di famiglie percepivano una inflazione effettiva in linea con la programmata, mentre nel biennio 2002-2002 il totale scende ad appena 700mila famiglie. Di più: negli ultimi due anni sono due milioni le famiglie che registrano un`inflazione reale al 3% e altre 7mila addirittura al 4,5%. A proposito della differenza tra inflazione «percepita» e inflazione reale, il Cer è molto prudente: esclude il dolo dell`Istat, da qualche credito all`ipotesi che il consumatore possa essere influenzato dalla frequenza degli acquisti nei beni con maggiori aumenti, ma soprattutto propende sull`aspetto della «ampiezza della dispersione dell`inflazione individuale intorno al valore medio». Per semplificare: ogni soggetto o gruppo familiare ha un proprio paniere di spesa che è influenzato da caratteristiche socio economiche, la principale della quale è il reddito. E` evidente che in una fase nella quale è più alta l`inflazione provocata da aumenti nei servizi e dagli alimentari, l`inflazione percepita, ma anche «reale» dei soggetti più deboli economicamente è decisamente più elevata di quella registrata dall`Istat come media nazionale (nella quale ai consumi alimentari, ad esempio viene destinato solo il 19% del reddito).
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