Auditel raccontato in un libro
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fonte:
- La Stampa
PARADOSSO per paradosso, in una televisione liberata dall´Auditel la storia della giornalista Roberta Gisotti, che ha appena pubblicato un libro – La favola dell´Auditel, Editori Riuniti, 158 pagine, 12 euro (che si presenta lunedì all´Università La Sapienza) – sarebbe uno straordinario soggetto per un serial tv, e anche di successo. Roberta e il mostro. Da una parte una donna armata solo di passione civile e dall´altra il più portentoso e moderno strumento di dominio, l´Auditel, l´unità di misura del successo televisivo. In pratica cinquemila famiglie dotate di un dispositivo elettronico, detto «meter», e una società con sede a Milano che ne assorbe gli impulsi e lavora sui dati. Nella sostanza un super-potere di tipo compiutamente orwelliano che, messo a punto per stabilizzare i prezzi della pubblicità, in meno di un ventennio ha finito per trasformarsi in un ideale: vendere tutti i giorni fette di popolazione agli inserzionisti. Sembra una piccola cosa e invece significa una grande rivoluzione che trascende la pubblicità, i consumi, l´economia, poiché è in questo modo, attraverso l´Auditel, che si sagomano i valori e i modelli culturali vincenti. Sotto il vincolo indissolubile dell´audience e dello share, così come li si concepisce per fini del tutto legittimi, la televisione è infatti diventata quella che è oggi in Italia. Una tv che deve colpire, semplificare, abbreviare, fare massa, anche rincretinire, comunque acchiappare e tener lì fermi quanti più possibili teleutenti, anche per pochi minuti, fino al prossimo stacco pubblicitario. Se a suon di miliardi questo sistema è diventato una religione, la storia anche personale di Roberta Gisotti, redattrice della Radio Vaticana, ne costituisce il primo motivato sacrilegio. Se l´Auditel è davvero una «casa di vetro», come i suoi dirigenti ebbero modo di definirla quando nacque, ecco, questo libro ha quasi l´effetto di una sassata riequilibratrice. Un po´ come Davide e Golia. Non è immediatamente chiaro come e perché l´autrice si sia scelta proprio questo nemico, ma certo dopo aver letto quel che ne scrive si capisce che ha più di una ragione. Fatto sta che la Gisotti ha passato questi anni immersa nella lotta. Prima di trovare la via degli Editori Riuniti, ha scritto lettere, inviato manoscritti, contattato associazioni, collaborato con professori, sollecitato convegni. All´Auditel la conoscono benissimo, ormai. Più volte il direttore generale Walter Pancini è stato costretto a inseguirla e controbattere ai suoi affondi. Gisotti si è anche proposta di far parte del campione; quando è venuto fuori il Grande Fratello ha richiesto che le telecamere riprendessero per 24 ore una famiglia Auditel, in modo che tutti i telespettatori potessero osservarne e controllarne i comportamenti. Si sarà capito che lei dubita. Scrupolosamente, tecnicamente, perfino cautamente, ma dubita di tutto quanto l´Auditel rappresenta e continua a rappresentare. Troppi gli interessi in ballo, come dimostra anche la prefazione di Giulietto Chiesa. Ora, un approccio più politicamente diffidente alla questione si potrebbe concentrare sui miliardi in gioco, o sul contesto storico in cui venne generato il sistema, a partire dall´anno – 1984, lo stesso del decreto-Berlusconi – che vide l´accordo a tre fra la Rai, la tv commerciale e il mondo della pubblicità guidato da Giulio Malgara. Nella sua demolizione Gisotti parte invece dal basso. Dal campione, scelto in base al consumo di tv giornaliero, per concludere che chi vede poca televisione è escluso dai rilevamenti, che invece valgono per tutti. Quindi va all´assalto del mistero che circonda le famiglie-Auditel, la loro falsa rappresentatività, la mancanza di controlli esterni, l´inaccessibilità a tutti i dati, l´incertezza del loro rilevamento, la scarsa affidabilità statistica. Per poi affrontare i comportamenti pratici del campione. Alcune delle famiglie-Auditel infatti – non molte, per la verità – si sono ribellate e hanno raccontato quel che succedeva a casa loro con il «meter». Le testimonianze del signor Mitiga, di Corrado Taranto, dei De Paolis, dei Caliendo lasciano obiettivamente perplessi. Viene fuori che in linea di massima questi osservatori che la società compensava con un elettrodomestico ogni anno, non erano poi così rigorosi. Non segnalavano le persone davanti al video, né i cambi di canale, oppure lasciavano la tv accesa senza nessuno davanti. In diversi casi – una trasmissione di Fazio interrotta per lutto, un temporale che ha bloccato un programma della Venier – i rilevamenti hanno poi fotografato audiences abbastanza assurde, per non dire sospette, con milioni di telespettatori a lungo fermi davanti al monoscopio o al segnale orario. «Come non dubitare?» si chiede l´autrice. Il dubbio è sempre lecito, tanto più in un lavoro d´inchiesta, ma quel che più preoccupa è l´uso che dei numeri viene poi inevitabilmente fatto; quel che mette in sospetto è il cortocircuito che si stabilisce nel momento in cui diviene dominante un solo criterio di successo quantitativo, oltretutto strettamente collegato alla pianificazione degli investimenti e non alle esigenze degli utenti. In altre parole, anche se è ormai divenuto senso comune («Ho battuto Rutelli 36 a 4» diceva l´altro giorno Berlusconi significando un´audience nove volte superiore a quella del suo rivale), ecco, in termini più brutali l´Auditel ha di gran lunga travalicato i suoi limiti strutturali: dapprima incoraggiando e poi determinando con qualche consapevolezza un impatto sociale fortissimo, tale da sancire la resa definitiva di qualsiasi tentativo di miglioramento televisivo. I creatori e i responsabili dell´Auditel si sono sempre difesi sostenendo essere, il loro sistema, semplicemente «un termometro». E il termometro, aggiungono con qualche ragione, non è mai responsabile della febbre. Nel senso che le vere responsabilità dipendono in realtà dall´uso improprio che si fa dei dati, dalla smania di quantificare tutto e tutti. Ma il guaio vero, rispondono i critici, sta nel fatto che da anni e anni c´è questo unico termometro, mentre ce ne vorrebbero altri. La salvezza non si intravede esattamente nel rifiuto puro e duro del mercato, ma in una salutare moltiplicazione degli strumenti di rilevazione e di ricerca sociale. Tanti altri Auditel, insomma, da incrociare con questo collegato alle merci, ai consumi, agli spazi per gli spot. Del resto, la società è ormai troppo complessa, come sostiene il presidente del Censis Giuseppe De Rita, per lasciarla o peggio per costringerla dentro la gabbia dell´Auditel. La televisione, si potrebbe chiosare, si è rivelato uno strumento troppo importante perché il suo orizzonte sia deciso solo e soltanto dagli interessi dei pubblicitari. Così invece è, e occorre aggiungere: purtroppo. E questo senz´altro radicalizza i termini della questione fino al punto da individuare nella «casa di vetro» un danno autentico alla libertà di espressione, alle potenzialità creative, ai diritti dei cittadini. L´Auditel, accusa il Consiglio dei Teleutenti dell´Autorità delle Comunicazioni, è una vera e propria «febbre» nazionale; è responsabile, secondo il Codacons, «della progressiva demenzializzazione televisiva». «L´incubo degli ascolti» denuncia Alberto Ronchey non può guidare l´intera programmazione. L´Auditel, accusa anche un uomo di spettacolo come Renzo Arbore, è «una dittatura», «una mannaia», «un mostro». Si capisce che ogni tanto, nella sua guerra, Gisotti ha qualche momento di bassa. «Ma non mi scoraggiai» aggiunge subito, e c´è da credergli. E ancora, dopo trenta pagine: «Decisi allora di tornare alla carica». Ecco dunque ribelli e pentiti del campione, artisti e divi della tv scottati dai numeri bassi dell´ascolto (da Mino D´Amato ad Alba Parietti passando per Santoro che però fa marcia indietro), giornalisti meritevolmente ficcanaso (Giulio Gargia di Cuore), professori di statistica convinti o costretti al silenzio, politici che promettono e non combinano nulla. Un posto di rilievo nel libro ce l´ha il nemico più autorevole e convincente del «mostro», uno dei maggiori politologi di fama internazionale, il professor Giovanni Sartori, teorico dell´avviata trasformazione del cittadino in «homo videns». Anche lui è drastico: l´Auditel è «una sorgente di perversione». Non è comunque solo un problema italiano: «Si può e si deve lottare contro l´Auditel in nome della democrazia» scriveva il grande sociologo francese Pierre Bourdieu. Eppure, l´impressione è che proprio in Italia, dove pure la televisione è nata e cresciuta sotto una tutela politica e morale che è apparsa a lungo perfino eccessiva, i guasti siano più profondi che altrove. Come se la politica, di fronte alla potenza dell´economia e della stessa modernità, si fosse prima piegata e poi del tutto ritirata abbandonando anzitempo un campo cruciale come quello della televisione alle forze del privato, del mercato, delle merci, della materia e della quantità. A quel punto c´era poco da fare. Dietro una sottomissione c´è spesso l´inganno. La storia anche personale di Roberta Frisotti dimostra almeno che quest´ultimo non si è del tutto compiuto.
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