Allora è meglio bloccare tutto
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fonte:
- Giornale di Sicilia
Nella soffitta della nostra memoria, tra le cianfrusaglie cui la polvere fa da sudario, il ciclismo era forse lo sport che più ispirava l`epica e non soltanto perchè sfogliando le pagine della sua storia s`incontravano campioni come Binda o Coppi: del resto non c`è sport senza miti, se perfino l`algido golf ne vanta. L`atletica, nobile rivale del ciclismo, era un po` troppo altera per consentire alla fantasia popolare di appropriarsene: colmava semmai il divario, svegliando le muse che sonnecchiano in noi, la maratona, che non per caso si disputa sulla strada come le corse in bicicletta. Il ciclismo era la fatica artigianale, con grandi rivalità ma con pudico divismo. Un`avventura tra le siepi della gente, disposta a far schiattare il cuore pur di affiancare per qualche metro, lungo le salite più impervie, i suoi idoli per una spintarella clandestina o per un gavettone nemmeno gradito: piccoli, ingenui peccati di fede, a volte di carità. Era, il ciclismo, una sfida alla natura laddove più ostile si fa il paesaggio, più crudo il clima e l`uomo prima che coi pedali o coi rapporti deve misurarsi con se stesso, cioè col proprio coraggio, con la propria abnegazione. I cantori di penna soave, da Bruno Roghi in giù, in fondo lo preferivano al calcio, all`automobilismo e alla boxe che pure non è da meno in quanto a sofferenza. Lo utilizzavano da telaio del proprio talento letterario, sublimando coi ricami la Strada prima ancora che il genio di Fellini ne cavasse uno spunto di tutt`altro genere per un suo celebre film. Poi è arrivata la chimica. Preceduta dal denaro. Sono piombati nel gruppo gli sponsor e gli stregoni: l`hanno disperso e ricompattato con nuove regole. E` stata scoperta, studiata, sfruttata, diffusa e dilatata l`alchimìa, che quando si distilla nei laboratori o nel retrobottega di una farmacia non è affatto un sottile disegno del destino che un alone di mistero ruba alla nostra ragione. I corridori, abituati – quando scendevano dalla bici per tornare a esser ragazzi – a camminare in tuta, han preso a frequentare gli atelier della moda, sembrano figurini a dispetto delle gambe storte ed è proprio vero che l`abito non fa il monaco, piuttosto fa il diavolo. Girano con gli euro nel portafogli e con una valigetta da manager: non contiene documenti bensì siringhe e flaconi. Così il ciclismo è finito, perchè il marcio, con i suoi miasmi, ha invaso, dal vertice, la base: sapete già che a tutto si può resistere, salvo che ai cattivi esempi. In questa folle corsa verso l`abuso, anzitutto di sè, il ciclismo naturalmente non è solo. L`atletica ha già pagato, e continua a pagare, i proprii pedaggi e nel calcio il sospetto che oltre al nandrolone ci sia dell`altro non è campato per aria: più monta l`affare, più si moltiplicano i trucchi. E nessuno più si ricorda di Creso, prima felice per la capacità, concessagli dagli dèi, di trasformare in oro qualunque cosa toccasse, poi infelice perchè l`oro si spende ma non si mangia e non si beve. Il ciclismo, è vero, non è solo ma non registra sporadici fenomeni di doping: ne è interamente permeato e corrotto. E gridare alla persecuzione dei giudici è un privilegio forse permesso ai potenti, non certo ai figli di nessuno. Il Giro d`Italia, che era un tempo la carovana di uomini semplici, contenti di apparire al Processo di Zavoli per salutare i parenti, oppure fieri d`una vittoria che al loro paese avrebbe indotto il parroco a suonare le campane e il salumiere a mettere da parte come premio il prosciutto più gustoso, è via via diventato una specie di camicia di Nesso, mortificando chi l`organizza. Dentro vi si contorcono tutti per una tortura autodafè, cercando di sgusciare, più che dai controlli, dall`evidenza. Ogni anno un blitz o uno scandalo e nella rete non cadono più solamente i pesci piccoli. La maglia rosa anzi è la più esposta, infatti la indossavano quelli colti col sangue avariato: Pantani nel `99, Frigo un anno fa, ora Garzelli, pescato positivo come due gregari ma tenuto in gara – senza le manette a fissargli i polsi al manubrio, in quanto drogarsi non è un reato penale, spacciare sì e perciò Varriale e Chesini sono agli arresti domiciliari – sino alle controanalisi. Garzelli grida al complotto, minaccia il ritiro, il suo team si vanta d`aver combattuto il doping: il copione è vecchio, l`hanno già recitato Pantani e gli altri presi in flagrante, ma non è neppure da escludere, in un quadro del genere, che davvero qualcuno intorbidi le acque, o le bibite, affinchè la confusione sia totale e la situazione ingestibile. Si ha il sospetto che ormai le squadre – i cui marchi industriali ricavano gravi danni d`immagine dagli scandali – siano fuori dai pastrocchi e che invece siano i corridori, a livello individuale, a procurarsi le sostanze illecite, non fidandosi l`un dell`altro e sperando che magari un diuretico, come quello che risulta dagli esami di Garzelli, mascheri gli illeciti chimici. Vi chiederete: almeno la maglia nera, ossia l`ultimo in classifica, è pulita in un mondo dove il nero si è trasformato in bianco e il bianco, anzi il rosa, in nero? Ovvero eccede in camomilla per andare piano? Macchè: non ingurgita tisane dalla borraccia ma, come trapela dalle indagini, partecipa al Giro per lucrare guadagni da primo in classifica piazzando più comodamente, ai colleghi che ne fanno richiesta fra un traguardo volante e un gran premio della montagna, anabolizzanti e affini. E allora è meglio, come chiede il Codacons, bloccare il Giro, fermare il ciclismo. E fare un salto nella soffitta della nostra memoria o rintracciare in giornali ingialliti la favola del connubio fra la strada e la bici. Che, come tutte le favole, il terzo millennio archivia con un ghigno.
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