17 Dicembre 2001

Sorpresa di Natale: cd a 42 mila lire

Sorpresa di Natale: cd a 42 mila lire

Dischi sempre più cari, pirateria sempre più tollerata

Il «caro dischi» e «il caro Natale». Invariabilmente, alla fine di ogni anno si scatena la polemica sui prezzi inaccessibili dei dischi, senza che lo Stato intervenga né dal punto di vista legislativo né, tanto meno da quello fiscale, per attenuare questo fenomeno e riportarlo entro limiti accettabili. Si ribella il Codancos e segnala il caro-cd in alcune grandi catene di distribuzione: il muro delle 40 mila lire è stato abbattuto da qualche settimana. L´avvocato Carlo Rienzi, presidente del sindacato consumatori, rileva: «Abbiamo più volte segnalato che i negozi vendono dischi al 30 per cento in più di quello che dovrebbero, ed ora, puntuale come il Natale, ecco l`aumento dei prezzi che rientra probabilmente nel più generale aumento per l`arrivo dell`Euro. Il mondo discografico rappresenta ormai un oligopolio e le case discografiche in crisi alzano il prezzo dei cd per riparare ai loro bilanci». Rienzi affronta un altro argomento a lungo dibattuto e sottolinea: «E´difficile combattere la pirateria discografica in questo modo. Con i cd che volano sopra le 40 mila lire, la pirateria, che resta un atto illegale, rischia di apparire agli occhi del consumatore come un atto di legittima difesa. La pirateria si combatte mettendo giusti prezzi». La Federazione dei discografici replica che non c`è alcuna indicazione sull`aumento dei prezzi dei cd i quali, per la maggior parte, continuano a costare intorno alle 33-36 mila lire. Filippo Sugar, figlio di Caterina Caselli, presidente della casa discografica Sugar, nonché titolare di due grandi negozi, puntualizza l´attuale situazione del caro-cd: «Innanzitutto non si può generalizzare sul caro-dischi, né si può dire che il prezzo oggi sia sulle 40 mila lire, perché il mercato è talmente complesso, variegato, che non è assolutamente possibile stabilire un prezzo definitivo. Si consideri che sul mercato ci sono ben 50 mila titoli e quindi generalizzare mi sembra quanto meno pretestuoso. Il problema però esiste ed è, come sempre, un problema culturale, non soltanto di mercato. Il guadagno del negoziante su ogni cd è del 30 per cento, e non può essere inferiore, perché altrimenti non reggerebbe il suo mercato: ricordo in proposito che generi di lusso come la moda (il cd non lo si può considerare tale) permettono un guadagno del 100 per cento. L´industria, al contrario, è in grado di diminuire i costi dei cd e di conseguenza far diminuire i prezzi, a due condizioni precise: che lo Stato diminuisca l´Iva e la porti al 4 per cento come per i libri anziché caricarla come fa oggi al 20, e che si abbia la volontà politica di combattere la pirateria. Perché il prezzo dei libri dev´essere caricato soltanto del 4 per cento di Iva e i dischi no? Non sono forse questi beni culturali? La pirateria, poi, è un atto gravissimo, tollerato, che viene regolarmente perpetrato su Internet. I giovani devono sapere che ogni disco pirata impedisce all´industria di investire su nuovi talenti e nella ricerca di altra musica. Se si moltiplicano gli atti di pirateria per migliaia e migliaia di casi in tutto il mondo discografico, si comprende bene quale dànno economico colpisca l´industria. Ci vuole una regolamentazione rigorosa per cancellare un fenomeno intollerabile. E l´industria deve far capire ai giovani, che sono i maggiori fruitori di musica, che la pirateria soffoca il mercato, soffoca ogni possibilità di lanciare artisti sconosciuti». Il fenomeno del caro-cd – perché comunque è vero che i dischi costano troppo – ha investito persino il commissario europeo Mario Monti, il quale, già nel gennaio scorso, aveva aperto un´inchiesta per indagare su cinque grandi imprese discografiche e «scoprire se queste si siano accordate per mantenere elevato il prezzo dei cd nel mercato europeo». Le «grandi imprese» nel mirino di Mario Monti, sarebbero state: Emi, Time Warner, Sony, Bertelsmann e Universal. Ma le autorità europee hanno anche chiarito che «non si trattava di un´inchiesta formale». La segnalazione di un possibile cartello era arrivata alla Commissione europea dalla Federal Trade Commission statunitense.Sulla questione prezzo, molti artisti fanno il pesce in barile, ma molti altri non sono d´accordo sulla politica dell´industria discografica. Su una posizione assolutamente diversa si è sempre schierato il complesso pop «99 Posse»: è riuscito ad imporre al suo editore, il colosso tedesco BMG un prezzo calmierato: 29 mila lire tonde anziché le 40 mila richieste. Perché quest´eccezione? Risponde Luca Zulu portavoce della band: «Abbiamo considerato sempre la musica come straordinario veicolo di comunicazione, quindi abbiamo basato il nostro lavoro non sul denaro, ma sulla politica dei prezzi». Eugenio Finardi è un altro cantautore che si è battuto da metà degli Anni 90 per «contenere i prezzi degli album italiani e aumentare le vendite all´estero». Ed era una risposta chiara, già allora, al paventato aumento del prezzo dei cd a 40 mila lire. Precisava: «A grandi linee all´artista o alla band vanno dalle 500 alle 2500 lire a cd con eccezioni fra le 3500 e le 4 mila lire, mentre il costo di un Cd è di 3 mila lire, cui si agiungono 900 lire della Siae». Ma Finardi non era il solo: Enrico Ruggeri scriveva proprio su La Stampa «Bisogna avere coraggio e iniziativa abbassando, magari autonomamente, il prezzo dei cd». E Lucio Dalla rincarava: «E´ mutato l´uso che della musica fa la gente. Io mi metto in discussione, sempre. Se bisogna cambiare che cambino anche gli artisti, non i discografici». E c´è un caso limite: quello di George Michael che – sempre negli Anni 90 – aveva fatto causa alla Sony «perché guadagnava sei volte più di me».

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