13 Marzo 2001

Tutto rinviato per un difetto di citazione. La Santa Sede: “Problema diplomatico”

Radio Vaticana, è scontro il processo si blocca subito

ROMA – Radio Vaticana, falsa partenza: il processo per inquinamento elettromagnetico slitta al prossimo autunno. L’aula uno del Tribunale è strapiena di gente quando il giudice Antonio Calabria comunica la sua decisione: poiché la Santa Sede non ha consegnato agli imputati la citazione in giudizio appellandosi al principio di extraterritorialità, la notifica è da ritenersi nulla.

Dunque si ricomincia: il pubblico ministero dovrà inviare nuove citazioni, stavolta per vie ordinarie e non diplomatiche, come prescrive la legge italiana. Vale a dire: notifica a casa o semplicemente depositata nella cancelleria del Tribunale. In questo modo, gli indagati, padre Roberto Borgomeo, direttore generale della radio, padre Roberto Tucci, presidente del comitato di gestione, e l’ingegner Costantino Pacifici, vicedirettore tecnico, non potranno ignorare la chiamata al processo. Possibili date per la prossima udienza sono il 25 o il 27 settembre, oppure il 23 ottobre 2001.

«Siamo stati presi in giro ancora una volta, sono indignata», protesta la signora Lina Pantanella, da 35 anni residente a Cesano, a nord di Roma, dove sono installate le 50 antenne dell’emittente cattolica sotto accusa. Proprio ieri la signora ha annunciato di costituirsi parte civile, insieme al marito, Walter Zangheri, insieme alle associazioni Codacons, Vas, Cittadinanza attiva. E subito dopo è arrivata anche la decisione del ministro dell’Ambiente Willer Bordon, «per difendere in ogni sede, anche penale ha detto la salute dei cittadini».

Tanto sono arrabbiati i residenti di Roma nord, organizzati in comitati, che adesso si appellano anche al commissario prefettizio della capitale, Enzo Mosino, massima autorità in materia di salute cittadina, perché tolga la fornitura di energia elettrica alle antenne del Vaticano. Ancora: chiedono che la Procura apra un’altra inchiesta, stavolta per omicidio colposo.

Ma il procuratore Gianfranco Amendola, che ha trascinato sotto processo l’emittente cattolica, dà una lettura positiva dell’esito dell’udienza. «Finalmente abbiamo delle certezze dice il pm Il giudice ha stabilito che gli imputati di Radio Vaticana devono tornare davanti a noi, in un tribunale italiano. Non era affatto scontato. Ricordiamoci che i legali dell’emittente hanno sempre sostenuto l’esenzione dalla giurisdizione italiana, è lo stesso motivo per cui la Santa Sede ha rifiutato di consegnare ai dirigenti della radio la citazione in giudizio. Adesso, invece, non passeremo più per vie diplomatiche. Chi risiede in territorio italiano vedrà arrivare a casa l’ufficiale giudiziario con la notifica. Chi risiede in Vaticano l’avrà per posta e tramite la Cancelleria del Tribunale, una prassi ordinaria, inconfutabile».

«Si vedrà», replica uno dei due avvocati del Vaticano. Marcello Melandri annuncia che solleverà ufficialmente un difetto di giurisdizione, con il deposito di una sentenza della Cassazione. Nel 1988, la Suprema Corte a proposito del caso Marcinkus e dello Ior, ha sancito: il giudice italiano non può indagare né giudicare alcun rappresentante legale di enti centrali della Chiesa. «Questo processo non si può fare», dichiara l’avvocato.

Insiste anche padre Federico Lombardi, direttore dei programmi italiani di Radio Vaticana: «Noi non riconosciamo la giurisdizione della magistratura italiana. Al problema, potrà essere trovata una soluzione solo per via diplomatica». E ieri sera, in una dichiarazione diffusa dal radiogiornale, ha avvertito: «Alimentare accuse ingiuste e creare infondatamente un grave allarme nella popolazione è contrario alla morale».

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