Carburanti, dal 2018 il pieno mai così caro
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fonte:
- Il Secolo XIX
Complice il boom del petrolio, si prospetta un’estate rovente per il prezzo dei carburanti, che ha toccato i massimi da più di due anni. Secondo la rilevazione di ieri del ministero dello Sviluppo economico, la benzina in Italia raggiunge al distributore 1,634 euro al litro, mentre il gasolio ne costa 1,494 cioè il valore massimo dal 2018, ben prima del Covid. È una corsa che secondo i calcoli delle associazioni di consumatori determinerà su base annua una stangata media di 280 euro annui a famiglia, solo per i maggiori costi diretti di rifornimento e senza considerare l’effetto a cascata sui prezzi degli altri beni. «Oggi la benzina costa il 16,7% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e il gasolio è aumentato del 16%» osserva il presidente del Codacons, Carlo Rienzi. «Tradotto in soldoni, un pieno di benzina costa oggi 11,7 euro in più, e il gasolio 10,30 euro in più». Questo dipende, naturalmente, dalla corsa del prezzo del greggio, ma la coincidenza con gli spostamenti degli italiani nel periodo estivo indice i consumatori a sospettare una motivazione supplementare: «Per l’ennesima volta» denuncia il presidente di Assoutenti, Furio Truzzi, «siamo in presenza di una speculazione estiva sui viaggi degli italiani, con i prezzi alla pompa che subiscono forti rialzi in occasione delle partenze dei cittadini per le vacanze». Secondo un rapporto di Intesa Sanpaolo sul boom delle materie prime, diffuso ieri, «il mercato petrolifero mondiale dovrebbe raggiungere un equilibrio nel secondo semestre del 2021, poiché l’Opec+ (cioè l’Opec più altri grandi produttori, fra cui la Russia) dovrebbe modulare la produzione per soddisfare la crescita della domanda globale. La volatilità registrerà un aumento, alimentata dalle oscillazioni tra due grandi temi di mercato: la ripresa dei consumi mondiali dopo la pandemia e il probabile ritorno delle forniture iraniane». La tensione sul prezzo del petrolio (al di là delle oscillazioni quotidiane, che ieri hanno indotto un ribasso) ha la sua motivazione immediata nel dissenso fra i grandi produttori sulle quote di produzione. Finora l’Opec+ ha mostrato una sorprendente disciplina nel rispettare i limiti di estrazione e di export stabiliti di comune accordo per sostenere i prezzi, ma all’improvviso gli Emirati arabi uniti hanno sollevato un problema, sostenendo che l’aumento della loro quota di 400 mila barili al giorno, che si prospettava, non è sufficiente per le loro esigenze di cassa; l’Arabia Saudita si è opposta a ulteriori concessioni,e questo ha fatto saltare l’intesa, che sembrava possibile, su un incremento di produzione concordato. È curioso però che un fatto del genere sia stato seguito, per lo meno come reazione immediata, da un aumento del prezzo del barile, anziché da un suo calo; in un altro momento storico,i mercati avrebbero valutato che il dissidio degli Emirati potesse sfociare in un loro aumento unilaterale della produzione, in violazione dei patti, con effetto a catena su altri produttori. Non sarà che il mercato ha assunto un orientamento rialzista “a prescindere” , per cui reagisce a ogni notizia con un rincaro automatico? Il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, condivide quest’impressione: «La tendenza c’èè, ed è giustificata dalla struttura del mercato mondiale dell’energia, che in questo momento è in mano ai produttori. Lo si vede persino per una materia prima come il carbone, oggetto di grande ostilità internazionale per la lotta alla CO2: in Germania con la ripresa economica post-Covid il consumo di carbone è aumentato del 35% e il prezzo del 150%». C’è una so-lo fattore che manca a una vera spinta rialzista generalizzata alle quotazioni del petrolio, cioè il supporto della speculazione finanziaria, che in questo momento a livello globale si dirige piuttosto sulla transizione verde e snobba il greggio; ma Tabarelli dice che «questo era vero fino a qualche settimana fa, i flussi finanziari stanno cambiando velocemente direzione».
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