Un pezzo di Sud sceglie di chiudere le scuole
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fonte:
- Libero
la campanella suona per pochi
tiziana lapelosa nI colori quasi non c’ entrano. C’ entra piuttosto l’ orientamento dei presidenti di Regione che di settimana in settimana decidono se lasciare aperte o chiuse le scuole. Nidi, materne, elementari e prime medie, come ha deciso il governo. Gli altri, infatti, sono a casa da un pezzo. Il risultato è che ci si ritrova con piccole popolazioni di bambini in classe, altri costretti a seguire maestre e maestri da un pc o da un telefonino… Delle conseguenze della didattica a distanza oggi se ne parlerà in commissione Cultura della Camera, nel frattempo, anche la Calabria ha deciso di chiudere tutto per due settimane. A meno di sorprese, la campanella, per i circa 170mila alunni della regione – dalle materne alle medie – tornerà a suonare lunedì 30 novembre. «Non è stata una decisione facile, ma il momento è drammatico e le famiglie calabresi devono essere tutelate», ha motivato Nino Spirlì, il presidente reggente. E da casa continueranno a seguire le lezioni gli studenti lucani che fino a ieri varcavano la soglia delle proprie scuole. Ci metteranno piede ancora più tardi rispetto ai colleghi calabresi. Il 4 dicembre, che è un venerdì e fa tanto “ponte”. «La decisione servirà a diminuire la diffusione del virus e la conseguente pressione sulle strutture ospedaliere lucane», l’ osservazione del governatore della Basilicata Vito Bardi. L’ Abruzzo, che era sul punto di cedere e che domani diventerà zona rossa, non sembra affatto orientato a lasciare tutti a casa. E cioè, dopo gli studenti costretti per decreto, anche quelli più piccoli: «So che l’ argomento della scuola è molto divisivo con opinioni molto diverse, tutte legittime», ha detto il presidente Marco Marsilio, spiegando che «tenendo aperte le attività economiche e non avendo congedi parentali o bonus baby-sitter il peso che graverebbe sulle famiglie sarebbe insostenibile». Quindi, niente Dad per elementari e i ragazzi alle prese con la prima media. Lo stesso vale per i 400mila bambini e preadolescenti della Campania. In realtà, loro a scuola non ci vanno da un pezzo, ancor prima che spunatssero i colori a ridisegnare l’ Italia, ancor prima che il territorio guidato da Vincenzo De Luca diventasse rosso. Un caso era diventata: la sola regione “dipinta” di giallo ma con le scuole chiuse a fronte di regioni dichiarate rosse (come la Lombardia), ma con le scuole – parliamo di primarie – aperte. Un pasticcio che, unito al timore di non essere preparati ad affrontare l’ emergenza del virus, ha spinto il “lanciafiamme” a chiuderle del tutto fino al 29 novembre, ad eccezione delle prime elementari che il 24 dovrebbero riaccogliere i bambini, i più a rischio con la didattica a distanza. Poi, «per gradi, riapriremo i laboratori degli istituti superiori tecnici, che in dad soffrono, poi andremo avanti con le altre classi della primaria progressivamente», assicura Lucia Fortini, che in Campania è assessore all’ Istruzione. In Puglia il presidente Michele Emiliano le aveva chiuse proprio tutte a inizio del mese. Ma poi Codacons e alcuni genitori si sono rivolti al Tar che ha dato ragione ai ricorrenti. Riaperte elementari e prime medie in quanto zona arancione, ora è la Uil che chiede a Emiliano di chiuderle «per salvaguardare la salute dei lavoratori della Scuola, degli alunni e delle famiglie». E mentre in Sicilia si va a macchia di leopardo, in totale, da oggi saranno circa 3,6 milioni i ragazzi in Dad. Praticamente uno si due. riproduzione riservata.
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