19 Aprile 2020

Nel mirino le più colpite il rapporto Nas detterà la linea

Le testimonianze di chi, in queste settimane, ha lavorato nelle rsa di città e provincia, per ascoltare in quali condizioni si sia trovato ad affrontare questa emergenza. Ma anche i carteggi, i numeri, le delibere regionali e le decisioni che ne sono derivate per far fronte all’ epidemia. Così come, a cascata, il fatto che siano state rispettate, o meno. Elementi determinanti, per fare luce sulle tantissime morti registrate, tra gli anziani, soprattutto nelle rsa bresciane, a partire dall’ inizio di marzo e per il mese successivo. Oltre 600 defunti, un’ enormità, di cui soltanto 210, ad oggi, di persone ufficialmente positive al Covid, come confermato dai tamponi. Ma il punto è anche, e forse soprattutto, capire la natura, il contesto e la progressione delle altre centinaia di morti «non ufficialmente contagiati dal virus». La magistratura è al lavoro. Per ora sono ancora inchieste distinte. Una decina – destinate ad aumentare – che comprende gli sposti depositati dal Codacons (che chiede di fare luce non solo su presunti morti sospette ma anche sui controlli e le misure di prevenzione) e da famigliari di singoli defunti che vogliono vederci chiaro. «Non abbiamo ancora un fascicolo unico, contenitore, tale da farci procedere con un’ indagine organica», spiega il procuratore aggiunto Carlo Nocerino, che insieme al procuratore capo Francesco Prete coordina un pool di cui fanno parte altri tre pm (Corinna Carrara, Caty Bressanelli e Federica Ceschi). Lo sarà verosimilmente la prossima settimana, quando il Nas, guidato dal tenente colonnello Simone Martano, depositerà la prima relazione ufficiale dopo decine di accessi nelle rsa di città e provincia, sia su delega della procura che di propria iniziativa. Per provare a capire cosa sia successo nelle residenze per anziani (e per disabili) si parte proprio dai numeri, oltre che dalle segnalazioni. «Il primo step sarà passare da un esame statistico a un’ analisi scientifica». E non sarà facile. Una situazione alla volta, «perché ognuna è a sé stante». Si partirà dalle strutture oggettivamente più colpite, là dove la percentuale dei decessi ha fortemente inciso sul totale degli ospiti. Quinzano, Iseo, Coccaglio, Verolanuova, Barbariga, per citarne alcune. Per provare a ricostruire «i tempi tra una morte e l’ altra, oltre che l’ incidenza», appunto. E gli ambienti. Fondamentali per chi indaga saranno anche le deposizioni degli operatori che nelle residenze per anziani (e per disabili) ci lavorano, affinché forniscano una ricostruzione cronologica e dettagliata delle condizioni di lavoro, le istruzioni ricevute, le informazioni condivise. Non sono ancora stati sentiti, ma le convocazioni da parte della magistratura inizieranno il prima possibile. Che l’ attenzione la focalizzerà anche sui dispositivi di protezione individuale utilizzati nelle case di riposo: quanti ce n’ erano a disposizione, per chi (famigliari dei degenti inclusi, fino al momento in cui le visite sono state sospese), come sono stati gestiti. E da quando. Molti operatori sanitari ci hanno raccontato dell’ iniziale assenza di protezioni, di come le mascherine se le cucissero con le lenzuola e i calzari con i sacchi dell’ immondizia. O di chi avrebbe imposto loro, in alcuni casi, di non indossarle – «Spaventano gli ospiti» – aumentando in modo esponenziale il fattore rischio. Nel mirino degli inquirenti ci sono anche i documenti: le direttive regionali e i provvedimenti che ne sono derivati, per esempio. Ora coerenti, ora contradditori – in una generale mancanza di linee guida certe – come la decisione di chiudere i centri residenziali ma non quelli diurni, che ne condividono alcuni ambienti. E non si esclude agli atti possano finire anche scambi di comunicazioni interne tra i rappresentanti delle rsa e le istituzioni. Proprio in relazione alla mancanza di dispositivi di protezione, quantomeno in una prima fase, i sindacati degli operatori socioassistenziali hanno più volte mandato diffide a prefettura e Ats, oltre che alle singole strutture. «Le istituzioni non ci hanno mai risposto», dicono. Le rsa sì, «qualcuna con toni addirittura intimidatori». Qualcuno potrebbe essere chiamato a rispondere anche del fatto che, nonostante le richieste pressanti di sottoporre i degenti a tampone, si sia proceduto solo dopo settimane.

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this