Sui morti nelle Rsa ci aspettiamo chiarezza
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fonte:
- l`Adige
Sono 27 le persone decedute per coronavirus in rianimazione nei vari ospedali del territorio trentino. Questo ciò che si apprende dalla dichiarazione del direttore generale dell’ azienda sanitaria Paolo Bordon pubblicata su “l’Adige” il 18 aprile. Mi è difficile da comprendere ma effettivamente è proprio così: solo 7,89% del totale delle morti per il virus nella provincia di Trento (27 su 342) sono avvenute nei reparti di terapia intensiva. Considerando il valore 27 come l’ ipotetico numero complessivo dei deceduti e rapportandolo al numero totale dei casi pari a 4.041 si ottiene un tasso di letalità di 0,67 in linea con i riferimenti teorici (1,14 con intervallo di confidenza 95% 0,51% – 1,78% Ferguson et al 2020): la realtà non è però teorica e il valore è di molto superiore, pari a 8,46. Gli esperti sostengono che un alto tasso di letalità può essere spesso ricondotto ad una sottostima dei casi totali dovuta ad un insufficiente numero di misurazioni tramite tamponi sulla popolazione. Mi chiedo però se a tale disfunzione dell’organizzazione sanitaria non si debba aggiungere anche il problema legato alla presa in cura di certe categorie di pazienti. Mi riferisco in particolar modo alle molte persone ricoverate preso le case di cura e di riposo. Solo nella giornata del 17 aprile i dati raccontano di 20 morti di cui 17 nelle Rsa. Il 16 aprile il Codacons, come testimoniato dal giornale, usa i termini di vera e propria strage. Il presidente della apsp di Riva, Lucio Matteotti, parla nell’articolo del 16 aprile, con toni molto forti, di vecchi colpevolmente considerati pazienti di serie b, figli di un dio minore, la cui perdita è considerata un male accettabile; l’ assessora provinciale alla salute, Stefania Segnana, nel suo intervento del 18 aprile, ne prende le difese.
Nel mio piccolo mi auguro che al più presto venga fatta chiarezza.
Massimo Giovannini – Trento
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