Indaga la procura: mille morti, una dozzina di fascicoli
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fonte:
- Corriere della Sera
In alcune strutture è venuta a mancare fino a oltre la metà dei degenti. La maggior parte dei quali senza una diagnosi certa: i tamponi, fino ai giorni scorsi (come da disposizione della Regione) venivano effettuati solo sui sintomatici. Da settimane i carabinieri del Nas stanno passando a setaccio anche nel Bresciano le rsa, «focolaio» indiretto di una strage silenziosa. Per verificare, prima di tutto, il rispetto delle prescrizioni: dal distanziamento sociale (non sempre praticato) alla divisione categorica tra persone malate e non, con accessi e corridoi separati, fino al livello delle condizioni igienico-sanitarie degli ospiti. I più fragili. I più colpiti. Tanto che – su iniziativa delle singole famiglie, impotenti e confuse – o di enti come il Codacons, all’ indirizzo della procura è arrivata una dozzina di esposti affinché si vada a vedere se davvero chi di dovere ha agito correttamente, obbedendo alle linee guida. O se qualcuno, magari, avrebbe potuto salvarsi. Il Nas, su delega della magistratura ma anche agendo in autonomia, di propria iniziativa, sta acquisendo tutta la documentazione utile a fare chiarezza, comprese, là dove fosse il caso, le cartelle cliniche degli anziani. Tra i casi più recenti, i 22 decessi dalla seconda metà di marzo all’ Istituto Bassano Cremonesini di Pontevico, che accoglie pazienti disabili sotto il profilo psichico (attualmente ce ne sono 298). Tutti gli esposti vengono esaminati e «iscritti», quindi, in altrettanti fascicoli aperti a carico di ignoti in fase preliminare – per lesioni e omicidio colposo – indipendentemente dagli eventuali sviluppi. Chiaro che per procedere, previa attenta valutazione dei magistrati, serve maturino evidenze tali da ipotizzare precise responsabilità penali e personali. Ad oggi parliamo di circa un migliaio di decessi, nell’ ultimo mese, dentro le strutture bresciane: una «strage» fomentata in parte anche dal ritardo dello stop alle visite dei familiari, scattato il 4 marzo, così come la scelta di accogliere i positivi con sintomi lievi dimessi dagli ospedali e la mobilità degli operatori, non sempre preparati a una simile emergenza e spesso veicolo involontario del contagio.
mara rodella
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