31 Luglio 2019

Portarsi il panino a scuola non è un diritto Il pasto comune è un «momento educativo»

Le sezioni riunite della Cassazione hanno detto no, a scuola non si può portare il panino da casa e “saltare” la mensa. Mangiare ciò che mangiano tutti gli altri bambini – pasti, in molti casi, profumatamente pagati dai genitori – rappresenta un momento di educazione, ma anche di uguaglianza, secondi i giudici. «L’ introduzione di vari e differenziati pasti domestici nei locali scolastici inficia il diritto degli alunni e dei genitori alla piena attuazione egualitaria del progetto formativo comprensivo del servizio mensa», hanno scritto, annullando la sentenza della Corte d’ Appello di Torino che invece aveva dato ragione ad un gruppo di genitori poter far portare il “panino da casa” ai propri figli di scuole primarie e secondarie. Per gli ermellini, inoltre ci sarebbero anche «rischi igienico-sanitari di una refezione individuale e non controllata» oltre alla «violazione dei principi di uguaglianza e di non discriminazione in base alle condizioni economiche».. Dunque, il panino da casa non è un diritto. «D’ ora in avanti o paghi la minestra o salti la finestra (sempre che non ti portino via la casa per morosità)», ha quindi commentato su gruppo facebook “CaroMensa Torino” il gruppo di genitori che in Piemonte aveva sollevato il problema a colpi di carte bollate. Genitori che adesso si pongono diverse domande. Per esempio, se il pranzo è considerato “momento educativo” perché bisogna pagare? Tra l’ altro per un servizio svolto da provati e per piatti che spesso non soddisfano? «Il servizio mensa», c’ è scritto nella sentenza,«è comunque a domanda individuale, facoltativo per gli utenti e necessario a garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche, essendo strumentale all’ attuazione dei diritto all’ istruzione obbigliatoria e gratuita per almeno otto anni». Tradotto, significa che si può tornare a casa a mangiare nel caso in cui non si è disposti a pagare per il servizio. Ma come si concilia questa possibilità con quello che la stessa Cassazione descrive come «momento educativo»? Per il Codacons, la sentenza «calpesta i diritti di milioni di famiglie (quantomeno quelle che sono costrette a pagare, ndr) e creerà il caos nelle scuole, oltre a un danno economico ingente per i consumatori». «Siamo pronti a portare la questione all’ attenzione delle autorità europee», annuncia il presidente Carlo rienzi, «anche attraverso un ricorso alla Corte di Giustizia affinché il sacrosanto diritto dei genitori di scegliere l’ alimentazione dei propri figli sia garantito nel nostro Paese». Di diverso avviso, e non poteva che essere così, il parere della Legacoop Produzione e Servizi (30mila addetti e 1,4 miliardi di fatturato) sulla sentenza «che pone finalmente fine alla vicenda del “panino da casa” nelle mense scolastiche». Se la questione sollevata nel 2014 a Torino e che ha interessato a macchia d’ olio diverse scuole italiane riserverà ancora dei colpi di scena non si sa. Di certo c’ è che le famiglie “colpite” di certo non si arrendono e che più di un italiano su quattro, secondo una indagine della Coldiretti, valuta negativamente i pasti serviti nelle mense scolastiche italiane. Un motivo ci sarà. TIZ.LAP. riproduzione riservata.

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