Contro i cortigiani di Re Roger
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fonte:
- Il Foglio
Il tifo è e resta una malattia. Grave in alcuni casi. Altre volte consente invece di vivere rari momenti di follia intervallati per fortuna da robusti periodi di sobrietà. Qualità, quest’ ultima, completamente smarrita dai pretoriani del Re svizzero Roger Federer. Si può essere ammessi al dibattito senza essere dei sudditi di Sua Maestà? Parebbe di no. Anche perché se si trattasse di dibattito andrebbero ammessi, seppur con distillazione, anche i cori diversamente indirizzati. Invece si assiste da ormai due settimane al dilagare del pensiero unico. Strano che il Codacons non abbia stilato un comunicato stampa, cosa aspetta la procura di Trani a indagare? Il Tar del Lazio è pronto a discutere l’ inevitabile appello? Grazie Roger per esserti bevuto quei due match point, grazie per averci evitato quel grondare melassoso che avrebbe fatto di un dritto la nuova Divi na Commedia e di un rovescio la nuova Cappella Sistina. Intendiamoci bene, anche chi scrive si inchina ossequioso davanti alla grandezza di un talento tanto cristallino quanto ragionevolmente inimitabile. Ma proprio perché tanto grande, Re Roger di tutto avrebbe bisogno tranne di quello sterminato esercito di vedove che da due settimane non si danno pace per aver trascorso cinque ore abbondanti della propria vita in attesa della liquefazione del divino plasma salvo poi dover prendere atto che anche l’ Immenso può steccare come un tenoraccio qualsiasi. Che il sostegno per Federer sia sfociato nel tifo e sia poi dilagato nella cieca idolatria lo dimostrano le prime parole del Re, non a caso più realista dei reali. Alla precisa domanda, che poi domanda non era ma mielosa genuflessione – “Tutti noi ricorderemo per sempre questa partita” – lui ha risposto come fa, spesso, col rovescio bloccato e vincente . E ha stampato un bello 0-15 dicendo: “Io invece cercherò di dimenticarla”. Che grande, ho pensato. Grandissimo come tutti quelli che respingono l’ eccesso di lusinga. E tanti tanti non ce ne sono in giro. Invece da quella domenica sera è partita la lunga litania del lamento. In molti, moltisssimi casi, con argomentazioni civilissime e grande cultura di penna. In altri con quell’ insopportabile sapore di panna montata dopo la terza leccata. Si può sopravvivere a una sconfitta di Fe derer in finale dopo 5 set? Parrebbe di no. Il mondo ludico dello sport è passato oltre Pak doo Ik , Byron Moreno, Dudek e Grobbelaar, il secondo tempo di Cardiff, Eddie Mercks e l’ Olanda del volley. Ha saputo farsi una ragione quando Panatta perse da Duprè e quando Paul Accola vinse la Coppa con Alberto Tomba che dominava gli slalom. Questa volta è diverso, la sconfitta di Federer (guai a chiamarla vittoria di Djokovic per non rischiare scomuniche o accensioni di roghi) ha riscritto le regole della comprensione di un evento e dell’ accettazione di un risultato. Eppure basterebbe riconoscere anche a quello dall’ altra parte del campo qualche sia pur minimo merito. Piccolo, intendiamci bene, mica troppo. Ma sarebbe un punto di partenza. A leggere e udire molti commenti, a un marziano piovuto sulla terra in tempi di 50esimo lunare potrebbe apparire verosimile che Federer stesse giocando da solo e al massimo a ribattergliela ci fosse stato un muro. Lì con l’ unico compito di ridare al Re un’ altra palla per comporre un sonetto o affrescare una Sala degli Uffizi. Siamo al “fate largo al Duca Conte”. Fosse davvero un’ esperienza religiosa, come coniato da David Foster Wallace in un libro dove la parte migliore è per distacco il suo titolo, la sconfitta sarebbe un dettaglio del tutto trascurabile. Se non addirittura caratterizzante in positivo. È o non è degli ultimi il regno dei cieli? O è diventato un altro di quei posti dove entrano solo “quelli che”? La grandezza, perché di questa caratura si discorre, di quest’ uomo ai più apparso perfetto e immune dai mortali vizi e peccati sta anche nello steccare un dritto o nel dimenticare una partita per la quale molti dei realisti si sarebbero mozzati un braccio in cambio di un match point concretizzato. Ecco l’ immensità di Roger, gettare al popolo una partita da spartirsi in cinque brandelli come il Marchese del Grillo gettava monete. Perché lui è Lui Se ne faranno una ragione, prima o poi? Basterebbe accettare la sconfitta come la faccia nascosta della vittoria e lasciar decidere alle Divinità cosa farsene dei proprio punti persi.
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