Scongiurare a tutti i costi…
-
fonte:
- Quotidiano di Puglia
Senza cadere nella trappola della contingenza politica e della facile polemica, giova ricordare come già nel Governo su questo si sia acceso uno scontro non indifferente e che l’ ipotesi aumento è nero su bianco nel Def, per cui la misura è comunque prevista e attivabile. Non è una questione declinata solo al futuro. Va evidenziato, lo ha fatto puntualmente R.E.T.E. Imprese Italia in sede di Audizione sul Def, quanto la programmazione fiscale rimanga fortemente condizionata dalla presenza delle clausole di salvaguardia caratterizzate, peraltro, da un trend crescente nel tempo: la disattivazione degli aumenti per Iva e accise richiederebbe nel 2020 risorse per 23.1miliardi di euro, 10.6 miliardi in più di quanto operato dalla attuale manovra di bilancio. Un circolo vizioso, il gatto che collaudato dal 2011, come ultima garanzia per ottenere maggiore flessibilità dalla Commissione Europea – si morde la coda. A maggior ragione, dunque, parlando di un tema che coinvolge milioni di famiglie e imprese, logica vorrebbe che si uscisse dalla guerriglia politica restando con i piedi per terra, ascoltando con attenzione quello che le piccole e medie imprese hanno ricordato e suggerito in sede di audizioni e discussione pubblica, continuando a mettere in guardia con riflessioni confortate da proiezioni e analisi di economia concreta, continuando a chiedere strategie e azioni per far ripartire la macchina produttiva ed economica. Dall’ Istat a Confcommercio, da Confesercenti alla Cgia di Mestre a CNA al Centro Studi di Confindustria alle simulazioni del Sole 24 Ore: se le cifre oscillano, il rischio di ricadute depressive è, sotto tutti i punti di vista, prevedibile, misurabile, quasi certificabile regione per regione. Un aumento IVA porterebbe maggiori costi per famiglia pari ad una media di 900 euro, un incremento delle tasse per quasi 400 euro a testa, un impatto sui consumi di circa 687 euro in più sulla stessa spesa, un aumento indiretto per energia e trasporti. Un’ auto di media cilindrata, dice il Codacons, aumenterebbe dai 16.775 euro attuali a 17.394 euro e la domestica bolletta del gas da 1.096 a 1.126 euro annui. Se pure rilevante, la conseguente contrazione della domanda interna non è però l’ unico rischio. C’ è quell’ altro, richiamato in questi giorni dalla Cgia di Mestre, all’ insegna di quanto già accaduto nel passato. Quello di un forte aumento dell’ evasione, devastante per la nostra economia nazionale e direi a maggior ragione per il Mezzogiorno. Il passaggio di 3 punti percentuali dell’ aliquota ridotta e di 3,2 di quella ordinaria, avverte infatti Cgia, coinvolgerebbe servizi di manutenzione e riparazione, onorari dei liberi professionisti, ristrutturazioni edilizie, spingendo molti clienti finali a non pagarla affatto, evitando di richiedere al prestatore del servizio la fattura o la ricevuta fiscale. Anche per questo proprio nei giorni scorsi, forte dei dati rilevati dal Centro Studi e da tutti gli Osservatori indipendenti, CNA per voce del suo Segretario Generale Sergio Silvestrini lo ha detto con esplicita chiarezza: si trovino altre strade per riequilibrare conti e bilancio ma non si metta mano all’ Iva, così si aggrava la stagnazione. Evidenziando tutti i rischi, non ultimi l’ aggravio fiscale di 857 euro per liberi professionisti ed imprenditori, l’ impatto maggiore per i single tra i 18 e i 34 anni (+2,37%) e le famiglie numerose (743 euro all’ anno), l’ effetto depressivo sui consumi stimato tra 0.2 punti percentuali (Istat) e 0.7 (Codacons). Comunque li si voglia considerare, i rilievi di imprese e consumatori dovrebbero allarmare quanto basta. Preoccupanti anche se il rischio al fotofinish fosse solo quello di un ritocco residuale dell’ 1% per le aliquote: in ogni caso il peso su una famiglia tipo sarebbe di 173 euro all’ anno. Perché questi aumenti coinvolgerebbero, a un tempo, consumatori e imprese. E, tra le imprese, soprattutto quella dorsale economica fatta di medie, piccole e piccolissime che fa girare la macchina garantendo occupazione stabile e tenuta sociale e che, se pure competitive sui mercati globali (come ha recentemente evidenziato Cgia), trova nel mercato interno uno sbocco importante e in parte prioritario. Aumentare l’ Iva significherebbe senza alcun dubbio tartassare ulteriormente ceto medio, famiglie, ceti più fragili; colpire medie, piccole e piccolissime imprese, già pesantemente gravate. Siamo sicuri che sia questo quello che vogliamo e, soprattutto, questo quello che serve al Paese? Chiara Montefrancesco.
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- ECONOMIA & FINANZA
-
Tags: iva
