29 Gennaio 2019

La Rai gialloverde…

Ma poiché la memoria è corta e nulla è più nuovo del già-visto, ecco che la polemica riesplode puntuale appena se ne presenti l’ occasione. E di questi tempi a far discutere sono soprattutto le occasioni che un situazionista di lungo corso come il direttore di Raidue Carlo Freccero, nominato in quota M5S, fornisce a ripetizione. Uomo d’ azienda a volte tenuto in panchina dalla pratica inossidabile dello spoil system, oggi il settantunenne manager si è assunto l’ onere di rivitalizzare una rete da sempre stretta tra le esigenze istituzionali dell’ ammiraglia generalista e le incursioni corsare di Raitre. E lo fa alla sua maniera, spregiudicata, politicamente scorretta, furbissima. Della strategia fa parte «C’ è Grillo», il programma di montaggio inserito nel format dedicato ai grandi personaggi della televisione italiana, aperto da uno speciale su Adriano Celentano (ma ci sarà posto anche per Benigni, Tortora e Funari) e ieri sera incentrato sulle apparizioni storiche del comico genovese: dalle incursioni a Sanremo alla serie «Te lo do io…» agli «one man show», ma prima della discesa in campo dell’ attore e capo fondatore del Movimento 5 Stelle. Già l’ annuncio della messa in onda ha scatenato le polemiche dell’ opposizione. «Non è la Rai, ma una specie di Istituto Luce» ha ironizzato il capogruppo Pd al Senato Marcucci, annunciando un’ interrogazione parlamentare al ministro dell’ Economia Giovanni Tria, principale azionista della tv pubblica: «C’ è un problema di trasparenza che riguarda il contratto tra la Rai e Grillo». Smentito ai piani alti di Viale Mazzini ogni tipo di contratto «né compenso per Grillo né per gli altri protagonisti del nuovo format», è arrivata a stretto giro la replica dei pentastellati con il senatore Airola: «A differenza di chi ci ha preceduto, non mettiamo bocca sulle scelte dei direttori di rete e se Freccero sceglie una programmazione lo fa a sua discrezione e nella più totale libertà». E il pagamento previsto di trentamila euro? Solo «un normalissimo atto di acquisizione di diritti» per il passaggio di spezzoni non di proprietà Rai. Il dibattito mainstream, con boicottaggi social e minaccia di denunce alla Corte dei Conti da parte del Codacons, si alimenta per altri versi sulla stessa rete della bufera scatenata dal servizio sul signoraggio bancario trasmesso nel programma «Povera patria», criticato da diversi esperti, accusato in decine di post di disinformazione in funzione anti-euro e dal Pd di «propaganda sovranista e nazionalista». Mentre su Raiuno, per par condicio, non si è ancora spenta l’ eco del caso Venier, quando la conduttrice, presentando a «Domenica in» un libro sull’ attentato a Togliatti, ha salutato in diretta l’ attentatore Antonio Pallante, oggi ultranovantenne, scatenando le proteste di diversi esponenti dem e della consigliera del Cda Rai Borioni: «È sconcertante come si scelga di buttare tutto in caciara e come un attentatore e un potenziale assassino sia salutato come se fosse un simpatico telespettatore qualsiasi». Alle scuse di «zia» Mara, in ogni caso, non sono seguite prese di posizione ufficiali di mamma Rai, e il dibattito si è sfarinato nel solito cinguettio twittarolo. Dice Freccero: «Io il programma di montaggio su Grillo, così come quello su Celentano e su Benigni, l’ ho pensato perché non ho programmi nuovi da trasmettere. E devo salvare la rete. Mi aspetto il 5-6 per cento». Ecco il punto. Di share. Alla fine tutto si gioca intorno a percentuali minime e il progressivo restringersi della platea generalista incattivisce le regole del gioco. Molto tempo è passato da quando Bruno Vespa rivelò che il re è nudo ammettendo che «l’ editore di riferimento della Rai è la maggioranza di governo», ma nei metodi di governance poco è cambiato. Nel frattempo, è il rapporto tra quinto potere e comportamenti collettivi ad essere diventato liquido e contraddittorio. Gli utenti, i telespettatori di una volta, passano sui social media più tempo che davanti al piccolo schermo, il sorpasso delle piattaforme sulla televisione è un dato di fatto. Primum vivere, sostiene dunque Freccero. Rispettando il ruolo fondamentale del servizio pubblico nei processi di informazione, però, è meglio. Titta Fiore.

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