26 Settembre 2018

Le famiglie ferite davanti al tribunale “Dateci giustizia”

in fila a palazzo di giustizia per l’ udienza dell’ incidente probatorio soltanto un indagato presente in aula. incertezza sulla demolizione
La rabbia, ieri, è rimasta fuori dal tribunale. Dentro l’ aula bunker del palazzo di Giustizia, invece, « tutto è stato molto composto » , come ha detto il provveditore alle opere pubbliche per la Liguria Roberto Ferrazza. Lui, l’ unico dei 20 indagati che ha deciso di essere presente all’ incidente probatorio iniziato ieri mattina. E l’ unico che ha scelto di farsi difendere dall’ Avvocatura dello Stato, sapendo di poter andare incontro a un cortocircuito. Perché a 600 chilometri di distanza, a Roma, il ministro delle Infrastrutture Toninelli chiariva che « ci costituiremo parte civile appena ne avremo facoltà, ossia in sede di udienza preliminare. Aggiungendo, tramite nota, che la tutela dell’ Avvocatura sarà revocata a Ferrazza in caso di rinvio a giudizio. Non può esserci, nel processo che cercherà di dare un nome e un cognome ai responsabili del crollo di Ponte Morandi, lo Stato contro lo Stato. L’ udienza di ieri (quel che d’ ora in avanti verrà discusso nell’ aula bunker del tribunale avrà lo stesso valore delle prove raccolte durante il dibattimento) ha fatto capire quanto lunga e complessa sarà la strada giudiziaria verso la verità. Il gip Angela Nutini ci ha messo un’ ora e mezzo solo per fare l’ appello dei presenti e verificare che le notifiche fossero arrivate correttamente ai 20 indagati e alle 145 parti offese tra parenti delle vittime e feriti. Più il Codacons, l’ associazione dei consumatori ammessa come parte offesa, a differenza di Cgil, dell’ associazione invalidi e mutilati sul lavoro, di un cittadino passato poco prima del crollo sul viadotto e di uno sfollato. Tutti, così come il ministero delle Infrastrutture, potranno chiedere di costituirsi parte civile più avanti. Una posizione giuridicamente più “lieve” di parte offesa. Fra le altre richieste giunte al gip proprio quella dell’ avvocatura di Stato, quindi di Ferrazza, che ha sollevato l’ incompatibilità di uno dei tre periti ai quali è stato dato il compito di repertare e analizzare i tronconi del ponte e le macerie. Ma per il giudice, il professor Giampaolo Rosati, il quale fa parte dello stesso Politecnico di Milano che nel 2017 esaminò e rilevò le condizioni critiche del viadotto per conto di Autostrade per l’ Italia, deve rimanere al suo posto. Con lui ci saranno altri due consulenti, Massimo Losa ( di Pisa) e Bernhard Elsener ( di Zurigo). Hanno chiesto e ottenuto 60 giorni di tempo per le operazioni di sopralluogo, repertazione e catalogazione dei resti dei monconi del ponte Morandi: il loro primo sopralluogo, insieme con i consulenti dei 20 indagati e dei familiari delle vittime, è stato fissato per il 2 ottobre. Al termine dei 60 giorni ( che scadono dunque il 2 dicembre), i tecnici discuteranno le conclusioni della perizia in un’ udienza fissata per il 17-18 dicembre. I tempi per la demolizione di ciò che resta del ponte ( si potrà procedere solo dopo che le prove saranno assicurate), in ogni caso, non cono certi. Perché i consulenti potrebbero, mano a mano che procedono con il lavoro di repertazione, dare il via libera alla demolizione. È altrettanto vero però che i tecnici hanno la possibilità di chiedere una deroga e di far slittare ancora i termini. Si potrebbe finire a novembre così come andare oltre dicembre, insomma. Con questo grande senso di incertezza addosso i parenti delle 43 vittime del crollo che ieri si sono messi in coda per entrare in tribunale hanno invocato giustizia. C’ era Emmanuel Diaz, che ha perso il fratello Henry e quel 14 agosto era in Colombia per motivi di studio: «La mia vita da allora non è più la stessa, ho cambiato i miei piani futuri, pensavo di vivere laggiù e invece dovrò restare in Italia per motivi legali. Con quel ponte è morta la reputazione dell’ Italia. Ma per rispetto di mia madre e mio fratello, voglio aver fiducia nella giustizia italiana». Pablo Pastenes Rivera, che ha perso i genitori, non si capacita di come «nel 2018 succedano cose così, la gente non paga un pedaggio per poi morire in questo modo». Antonio Cirillo, legale della famiglia Battiloro, che nel crollo del ponte Morandi ha perso il 30enne Giovanni, videomaker di Torre del Greco, davanti al tribunale di Genova non ha usato parole diplomatiche: «Sarà difficile, è una lotta contro i poteri forti. Ci sono state troppe omissioni, anche in fase di realizzazione del ponte, ma abbiamo fiducia; la procura sta facendo un ottimo lavoro». Eppure il sentimento prevalente, fra i parenti, è un dolore composto: « I familiari chiedono soltanto che venga fatta giustizia, non hanno fatto alcun riferimento alla cifra di risarcimento », spiega Andrea Martini, legale Michela Piccinino e Gezuela Anzaldi, nonna e zia del piccolo Samuele, uno dei simboli più tragici del crollo di ponte Morandi. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
marco lignana marco preve

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