21 Giugno 2018

Cannabis light: decine di negozi a rischio chiusura

 

Il parere del Consiglio superiore di Sanità sulla cannabis light rischia di determinare la chiusura di decine di negozi specializzati nella vendita della canapa, che negli ultimi mesi sono sorti in tutta Italia. Lo afferma il Codacons, commentando la decisione del Css secondo cui “Non può essere esclusa la pericolosità della cannabis light”.

“Il Css chiede esplicitamente misure atte a non consentire la libera vendita di tale prodotto, aprendo così un delicato fronte che vede coinvolti migliaia di esercizi commerciali – spiega il presidente Carlo Rienzi –. Il Ministero della salute, quindi, dovrà mettere in campo le precauzioni richieste allo scopo di tutelare la salute pubblica”.

“In tal senso la soluzione più adatta per dare riscontro al parere del Css e impedire sia la chiusura dei negozi sia danni per chi acquista prodotti a scopo di collezione, è prevedere una dichiarazione di responsabilità da parte dell’acquirente, nella quale lo stesso si impegna a non fare un uso pericoloso dei prodotti venduti presso tali esercizi” conclude Rienzi.
Negli ultimi cinque anni le coltivazioni di cannabis sativa sono decuplicate

Negli ultimi cinque anni le coltivazioni di cannabis sativa sono decuplicate. Coldiretti chiede di fare chiarezza per le aziende agricole

In Italia nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa, dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 stimati per il 2018 nelle campagne E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare il parere formulato dal Consiglio Superiore di Sanità su richiesta del ministero della Salute sulla cannabis light che ha contribuito alla diffusione della coltivazione in Italia utilizzata anche per esperienze innovative, con produzioni che vanno dalla ricotta agli eco-mattoni isolanti, dall’olio antinfiammatorio alle bioplastiche, fino a pasta, biscotti e cosmetici.

“Ora – sottolinea la Coldiretti – occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa, dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli V.G. Sicilia e Sardegna con il moltiplicarsi di esperienze innovative”.

Per la coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) si stima un giro d’affari potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro alimentato dall’approvazione della legge numero 242 del 2 dicembre 2016 recante “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” che ha disciplinato il settore.

Con la nuova norma non è, infatti, più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di Thc al massimo dello 0,2%, fatto salvo l’obbligo di conservare per almeno dodici mesi i cartellini delle sementi utilizzate.

Secondo la norma approvata la percentuale di Thc nelle piante analizzate può inoltre oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l’agricoltore. Al momento risulta consentita solo la coltivazione delle varietà ammesse, l’uso industriale della biomassa, nonché la produzione per scopo ornamentale, mentre per la destinazione alimentare possono essere commercializzati oltre ai semi anche le altre componenti vegetali nel rispetto della disciplina di settore.

Si ricorda infatti che un precedente parere dell’istituto Superiore di Sanità (12/12/07 n. 18652) abbia formulato precise indicazioni sulle quantità massime ammissibili di THC per alcune categorie di alimenti prendendo a riferimento il valore medio di 1,5 mcg/Kg di peso corporeo-die al giorno come quantità tollerabile di assunzione giornaliera e se si considera un individuo di 68 Kg/peso di riferimento la quantità massima di assunzione giornaliera corrisponde a 102 mcg.

Per quanto riguarda il divieto di utilizzo di foglie e fiori di canapa per scopo alimentare Coldiretti esprime, tuttavia, l’esigenza che sia fatta chiarezza sulla posizione dell’amministrazione tenuto conto dei chiarimenti contenuti nella recente circolare del 22 maggio 2018 del Ministero delle Politiche Agricole che, diversamente, ammette nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo l’utilizzo delle stesse infiorescenze.

Le ragioni di chiarezza sono d’altra parte imposte dal richiamato successo che i prodotti a base di Cannabis Sativa hanno sul mercato europeo e molti Stati tra cui la Germania hanno già legiferato in modo dettagliato fissando il limite di sicurezza per il THC negli alimenti sicché in base alla libera circolazione sarebbe penalizzante per gli operatori nazionali veder circolare prodotti ottenuti in altri paesi mentre in Italia valgono norme più restrittive.

La Canapa è una coltivazione che fino agli anni ‘40 era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese con quasi 100mila ettari era il secondo maggior produttore al mondo (dietro soltanto all’Unione Sovietica). Il declino è arrivato per la progressiva industrializzazione e l’avvento del “boom economico” che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta.

Il Governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti” (seguita da quelle del 1971 e del 1988), in cui la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni dalla sua entrata in vigore mentre nel 1975 esce la “legge Cossiga” contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa scompaiono.

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