15 Giugno 2018

Non bastano 31 anni per fare uno stadio

si parla dell’ impianto dal 1987: il fallimento di roma è lo specchio di una parte del paese
FAUSTO CARIOTI «Non chiamatelo megastadio, altrimenti potrebbe fallire tutto». Era il 9 gennaio del 1987 e il presidente dei giallorossi, il senatore dc Dino Viola, sapeva che se voleva arrivare al traguardo doveva volare basso. Disse che il Campidoglio avrebbe dovuto approvare il progetto entro fine marzo, per dare modo a lui e ai suoi soci di realizzarlo prima della stagione 1989-90, in tempo per i mondiali di calcio. «Costruiremo parcheggi, centri commerciali, punti di ristorazione…». Il sindaco era Nicola Signorello, altro democristiano, e il divo Giulio Andreotti benediceva dall’ alto: «Il progetto di Viola mi sembra tecnicamente molto attrezzato e colmerebbe gravi lacune». Trentuno anni dopo siamo ancora lì: il sogno si è spostato dalla Magliana a Tor di Valle, la capienza dello stadio è stata dimezzata (da 103mila a 52.500 posti) e gli appetiti sono gli stessi di allora, ma sempre di architettura fantasma stiamo parlando. IL PROGETTO USA Il nuovo progetto è stato lanciato nel 2012 da James Pallotta, successore di Viola, e affidato al volto di Francesco Totti, che quando si iniziò a parlare della cosa giocava nei pulcini e ora, riposti gli scarpini, chiede al Comune che venga costruito «il nostro Colosseo moderno». Potrebbe non vederlo mai. Il piano è stato congelato ieri, mancavano solo due passaggi: il voto sulla variante urbanistica nell’ assemblea capitolina, dove i Cinque Stelle sono padroni, e la firma della convenzione con il costruttore Luca Parnasi. L’ inchiesta ha cambiato tutto: la società di Parnasi sarà affidata a un curatore giudiziario e l’ associazione Codacons ha presentato al Tar un ricorso per bloccare l’ intera operazione. Soprattutto, è mutata la percezione che dello stadio hanno i grillini e chi li vota. «Che fine farà lo stadio? Non lo sappiamo», dice adesso Virginia Raggi. Costruire, del resto, non appartiene alla loro subcultura: nel mondo della decrescita felice non c’ è spazio per il cemento, a far girare l’ economia basta e avanza quel reddito di cittadinanza che un giorno qualcuno pagherà. Il primo colpo lo subirà Roma. Fu Benito Mussolini l’ ultimo ad avere una visione per lo sviluppo della città: «La Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle sponde del Tirreno…». Dopo di lui, solo speculazione privata e pubblici orrori da periferia sovietica (la voce “Corviale” su Wikipedia merita una lettura). Non sarà la Raggi, poverina, a cambiare la situazione. Assieme al sogno dello stadio svanirebbe Pallotta, uno che ha preso soldi dagli Stati Uniti per portarli nell’ unica capitale europea su cui nessun imprenditore scommette più. Credeva che anche sul Tevere si potesse fare come dall’ altra parte dell’ oceano o come a Torino: uno stadio di proprietà con negozi, ristoranti e servizi, un posto dove andare con i figli. Senza nuovo stadio niente Pallotta e senza Pallotta niente soldi, che per la Roma Calcio vuol dire tornare nei suburbi del football europeo e per la serie A significa perdere un signor investitore. Ma la storia di queste ore è anche l’ ennesima metafora dell’ Italia, o almeno di gran parte di essa, con l’ eccezione di Milano e pochi altri posti. Un Paese nel quale una classe politica senza esperienza né competenze si presenta agli italiani con l’ unico valore aggiunto della presunta onestà, e quando si accorge di non poter garantire nemmeno questa sceglie di non fare nulla per non inguaiarsi ancora di più. SOLITE RICETTE Andrà così anche stavolta. La risposta allo scandalo dello stadio è già scontata, prevede l’ inasprimento delle norme sugli appalti e l’ aumento dei protocolli, malgrado proprio questa storia ne dimostri l’ inutilità. Il primo a uscirne sconfitto è infatti Raffaele Cantone, presidente di quell’ Autorità anticorruzione che era stata presentata come la soluzione finale al problema delle tangenti. Porta la sua firma il parere pubblicato il 2 marzo e subito messo online dalla Raggi, a titolo di prova definitiva della bontà del proprio operato: «Da un esame della documentazione depositata agli atti dell’ Autorità non sono state rilevate criticità in merito alla costruzione del nuovo stadio della Roma in località Tor di Valle». È lo stesso Cantone che ieri ha chiesto ulteriori poteri e controlli più invasivi. Li avrà, vista la pasta frolla di cui sono fatti Luigi Di Maio e i suoi. Finché nessuno si azzarderà più a chiedere un permesso per costruire e finalmente si sarà azzerata la corruzione. Faranno un deserto e lo chiameranno onestà. riproduzione riservata Più fantasiosi dei giornali sono solo i giornalisti. Almeno alcuni rappresentanti della categoria, i quali, allorché prendono di mira qualche soggetto, trasformano la penna in ascia e sono capaci di vedere il marcio ovunque. Ecco che, ad esempio, Matteo Salvini è diventato un amico fidato di ‘ndranghetisti e malavitosi, i quali avrebbero finanziato la sua campagna elettorale in Calabria e lo avrebbero sostenuto anima e cuore, purtroppo con scarsi risultati se consideriamo che egli non ha trionfato il 4 marzo scorso nella regione dell’ estremo Sud. Questo dato di fatto dovrebbe dunque farci concludere o che la ‘ndrangheta non è potente o che qualcosa nella ricostruzione fatta dai tre giornalisti di Repubblica che hanno firmato il pezzo «Contanti, voti e sedi. Ecco come Scopelliti ha tirato la volata alla Lega» non quadra. Innanzitutto, occorre spendere qualche parola sul modo sgrammaticato in cui è stato scritto l’ articolo, tanto che nelle prime proposizioni è impossibile addivenire al soggetto: «Conquistato in Calabria dal vicepremier e ministro dell’ Interno Matteo Salvini ha un solo vero padrone. Diverso da chi ora vi siede. Il detenuto Giuseppe Scopelliti, già sindaco di Reggio, già Governatore della Regione, condannato a quattro anni e sette mesi di reclusione per falso in atto pubblico». Sfidiamo chiunque ad individuare colui che compie l’ azione in codeste prime battute. Sorvolando sulla sintassi, impressiona la validità e la credibilità delle fonti anonime riportate nel testo, che raccontano non fatti bensì sensazioni ed antipatie personali. Si legge: «Tre diverse fonti sono in grado di ricostruire con Repubblica come, nei mesi precedenti il voto del 4 marzo, Scopelliti (ex sindaco di Reggio Calabria) e i suoi spicciafaccende abbiano giocato un ruolo decisivo nella raccolta del consenso, ma anche nell’ assicurare improvvisa liquidità alla campagna elettorale della Lega in città, sin lì invisibile». E poi: «Un militante leghista calabrese (anonimo), una di quelle della prima ora quando il partito, da queste parti, era un’ irrilevanza statistica, racconta: “A un certo punto, tre giorni prima del deposito delle liste elettorali, si presentarono loro. Non li avevamo mai visti, neanche ai gazebo. Noi, fino a quel momento, non avevamo neppure una sede qui a Reggio. E invece, quando arrivarono loro, arrivarono anche i soldi”». Ora ci aspetteremmo tutti che siano arrivati Al Capone e don Vito Corleone. Invece no, ci si riferisce a due cittadini reggini, ossia Franco e Nuccio Recupero, definiti dai tre giornalisti che hanno scritto il pezzo «il primo, patron di un’ emittente locale, entrambi agit-prop dell’ ex sindaco (Scopelliti di FI) sin dai primi anni 2000», il che secondo i giornalisti renderebbe i due fratelli criminali incalliti. La testimonianza dell’ anonima militante continua così: «Eravamo così infastiditi dall’ arrivo di questi qui, che per protesta, noi delle origini, in quel cinema (dove Salvini tenne il suo comizio) non ci presentammo neppure». E poi intrecci intricati, ipotetiche relazioni tra persone inquisite o condannate per associazione mafiosa e la Lega, che conducono il lettore a convincersi che Salvini vada a braccetto con la ‘ndrangheta. Le penne di Repubblica continuano: «Neri, ‘ndrangheta, ex di FI, Lega. 2001, 2012, 2018. “A me la ‘ndrangheta fa schifo”, ripete Salvini. Ma come faceva a non sapere chi fossero e cosa legava Giuseppe Scopelliti, Paolo Romeo, Francesco Belsito? Il sospetto che avesse deciso di ignorarlo è in una circostanza, riferita a Repubblica da un’ altra fonte vicina a Scopelliti». Insomma, ancora suggestioni e gravissime accuse, finalizzate a fare credere che Salvini sia impastato con la mafia calabrese. Così ammanicato che la Lega non ha raggiunto neanche il 6% in Calabria al voto del 4 marzo. riproduzione riservata Dino Viola (il terzo da destra) mostra in Campidoglio il plastico dello stadio che non si farà mai Dino Viola (il terzo da destra) mostra in Campidoglio il plastico dello stadio che non si farà mai.

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