Il fondatore di Facebook «Colpa mia i dati rubati»
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fonte:
- La Gazzetta del Mezzogiorno
zuckerberg: non accadrà più. il pd chiede commissione d’ inchiesta
NEW YORK. «Sono responsabile di quello che è successo», Mark Zuckerberg rompe il silenzio sullo scandalo dei dati personali raccolti su Facebook e usati per manipolare (anche) le scelte politiche di milioni di persone. «Abbiamo fatto degli errori, c’ è ancora molto da fare», scrive sulla sua pagina personale del social media. «Abbiamo la responsabilità di proteggere le vostre informazioni», aggiunge. «Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati, e se non riusciamo a farlo non meritiamo di essere al vostro servizio» scrive Mark Zuckerberg, spiegando che sta lavorando «per capire esattamente cosa è successo e assicurarsi che non accada mai più». Mentre si infitti scono le voci di altre teste pronte a cadere, dopo quella del responsabile per la sicurezza informatica Alex Stamos, e qualche analista che azzarda l’ ipotesi di un clamoroso passo indietro dello stesso presidente ed amministratore delegato, negli Stati Uniti scatta la prima «class action» contro Facebook. Intanto la società è tornata a difendersi affermando di essere stata ingannata sulla raccolta delle informazioni personali degli utenti: una dichiarazione che per lo meno sembra essere riuscita a calmare i mercati dopo due giorni di passione a Wall Street, con un crollo del titolo senza precedenti: ben 50 i miliardi di dollari andati in fumo dall’ inizio dello scandalo. Il danno più grave però sembra essere quello di immagine, e la perdita di fiducia da parte di quel popolo di Facebook che si è sentito raggirato, con i propri dati utilizzati per fini politici, che si tratti del referendum sulla Brexit o dell’ elezione di Donald Trump. Nel mirino è una gestione della privacy troppo lassista da parte del gruppo dirigente, almeno fino al 2015. Ed è su questo punto che insistono i promotori della causa collettiva avanzata presso la corte distrettuale federale di San José, a due passi dalla Silicon Valley, alla quale ora chiedono i danni. A rafforzare il possibile legame tra il datagate di Facebook e il trionfo del tycoon alle urne nel novembre del 2016 c’ è anche la storia raccontata da Chris Wylie, la talpa che con le sue rivelazioni ha provocato il terremoto. Per l’ ex dipendente di Cambridge Analytica, intervistato dal Washington Post, il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato nel 2014 dalla sua ex società sotto la supervisione di Steve Bannon, l’ ex stratega politico di Trump. Fu dunque l’ allora numero uno di Breitbart News – entrato nel board di Cambridge Analytica e divenutone vicepresidente – la mente di tutto. Tre anni prima il suo incarico alla Casa Bianca, Bannon cominciò a lavorare a un ambizioso progetto: costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l’ efficacia di mol ti di quei messaggi populisti che furono poi alla base della campagna elettorale di Trump. E se uno dei fondatori di WhatsApp, Brian Acton, si è apertamente schierato con il movimento #deletefacebook, invitando i suoi follower su Twitter a cancellarsi dal social blu, in Italia il Pd chiede di istituire una commissione parlamentare d’ inchiesta. Michele Anzaldi: bisogna farlo anche «alla luce di quanto ha confermato l’ Agcom, ovvero che nel 2012 quelle tecniche sono state utilizzate anche da un partito italiano». «L’ identikit – a suo dire – farebbe pensare alla Lega». Il Codacons: una class action contro Facebook se lo scandalo dovesse coinvolgere anche gli utenti italiani.
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Tags: Cambridge Analytica, Facebook
