Lega e M5S negano coinvolgimenti, il Pd: commissione d’ indagine
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fonte:
- Il Sole 24 Ore
Mentre altrove infuria la bufera anche politica, in Italia sul caso Facebook e Cambridge Analytica c’ è pressoché un unico partito che fa sentire la sua voce: il Pd. Con Michele Anzaldi che annuncia come suo primo atto da parlamentare la proposta di istituire una commissione parlamentare d’ inchiesta e ipotizza di promuovere una class action contro Facebook per violazioni della privacy: «Lo scandalo ha dimostrato che siamo di fronte a rischi democratici pericolosissimi». Ma è il silenzio delle altre principali forze politiche a fare più rumore, soprattutto dopo la richiesta di informazioni al colosso di Menlo Park da parte dell’ Agcom e dopo le mosse del Codacons, che si appresta a depositare esposti alla procura di Roma e al Garante della privacy chiedendo di verificare se ci sia stata violazione dell’ articolo 167 del Codice in materia di protezione dei dati personali e se eventuali profili penalmente rilevanti della vicenda Facebook-Cambridge Analytica possano avere una connessione con le recenti elezioni italiane. Il Codacons evoca pure una possibile class action «che vedrà coinvolti oltre 30 milioni di italiani attivi sul social network e sarà finalizzata a far ottenere il giusto risarcimento dei danni morali subiti». Non è sfuggita la presenza a Roma, proprio il 4 marzo, di Steve Bannon, lo stratega di Ca ed ex spin doctor di Trump: ha sostenuto di essere qui per assistere da vicino al voto e ha profetizzato in diverse interviste il ruolo del nostro Paese come «banco di prova fondamentale del potere della sovranità». Aveva referenti diretti? E perché i partiti tacciono? Ognuno, in questa fase delicatissima, ha i suoi motivi per evitare di cavalcare il caso. Non è arrivato alcun commento ufficiale su Cambridge Analytica da parte dei big del M5S. Resta agli atti soltanto la frase più che cauta strappata a Davide Casaleggio da Repubblica: «Ho analizzato dal sito. Devo capire cosa effettivamente abbiano fatto». Il Movimento nega rapporti con la società, ma deve difendersi dai sospetti che utilizzi le stesse tecniche di propaganda e gli stessi metodi di profilazione psicologica di consumatori ed elettori usati dalla società guidata da Alexander Nix. La strategia è aspettare di capirne di più, ma anche, dietro le quinte, marcare con forza le differenze. Rousseau non fa data mining, spiegano fonti bene informate: è progettata come piattaforma per la partecipazione e la democrazia diretta, limitata agli iscritti. Che per ora sono ancora fermi sotto la soglia dei 150mila, ma potrebbero arrivare a un milione già entro fine anno, secondo quanto riferito da Casaleggio nel suo intervento pubblicato sul Washington Post. Quello della protezione e del trattamento dei dati, il vero oro nero della società dell’ informazione, rimane un problema aperto, dopo la multa di 32mila euro comminata dal Garante della privacy all’ associazione Rousseau, esito dell’ istruttoria avviata ad agosto in seguito alla denuncia dell’ associazione alla polizia postale per gli attacchi hacker subiti. Tutte accolte, assicurano da Milano, le raccomandazioni del Garante. Ma non è possibile verificare, ad esempio se si sia provveduto a sanare il punto segnalato il 21 dicembre, motivo della sanzione: «La mancata designazione delle società Wind Tre Spa e Itnet Srl quali responsabili del trattamento dei dati personali degli utenti dei diversi siti riferibili al M5S configura l’ illiceità del trattamento medesimo in ragione della comunicazione dei dati a soggetti terzi, in mancanza del consenso degli interessati». I legali valutano se fare ricorso. In ogni caso, altre misure per rafforzare la sicurezza dei portali sono state adottate e altre ne arriveranno. La più importante sarà l’ applicazione di tecnologie blockchain al voto online. Se nei confronti del Movimento, dunque, il timore riguarda la sua stessa identità di «primo partito digitale del mondo», per altri partiti la domanda è se abbiano avuto rapporti con Cambridge Analytica. Il giallo sulla forza nata negli anni 80 e in via di rinascita nel 2012 con cui la società ha dichiarato di aver lavorato resta intatto. Dalla Lega, che il dem Anzaldi aveva annoverato tra gli indiziati, arriva una smentita secca: «Nessun rapporto con Cambridge Analytica, neanche in passato». Non decolla, in questa situazione, il dibattito sul vuoto legislativo. Ieri il Consiglio dei ministri ha dato il primo via libera al Dlgs che adegua la normativa italiana al Regolamento europeo del 2016 sulla protezione dei dati personali. Ma sono in molti a dubitare che basterà. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
manuela perrone
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