5 Febbraio 2018

Tutto iniziò con le lampadine L’obsolescenza pianificata

Il cosiddetto “cartello Phoebus”, che riuniva i principali produttori occidentali di lampadine, ridusse la vita del prodotto ad incandescenza portandone la vita da 2500 a mille ore di esercizio. Avveniva nel lontano 1924, già in quell’ epoca i lobbisti influenzavano pesantemente il mercato. Fu quello un espediente tecnico che avrebbe rivoluzionato il mercato dando una spinta decisiva verso il consumo usa e getta. Nacque così la «obsolescenza pianificata», l’ usura prematura e programmata di un prodotto che in realtà potrebbe funzionare molto più a lungo. Una vera frustrazione per i consumatori. Solo qualche anno dopo, intono al 1940, nel pieno del conflitto mondiale, l’ azienda DuPont inventò le calze di nylon, un’ importante innovazione, con un unico difetto: erano troppo robuste, e la qualità del prodotto paralizzava le vendite. A quel punto l’ azienda ordinò ai tecnici di «peggiorarle» indebolendone la fibra, per far sì che si smagliassero. Alla smagliatura delle calze seguirono gli annunci pubblicitari, poi il credito al consumo su larga scala. Il gioco era fatto, si erano costruiti i grandi pilastri su cui ancora oggi si fonda il consumo di massa. Con qualche variante innovativa introdotta negli ultimi tempi, come ad esempio l’ algoritmo nel marketing e la produzione generalizzata di prodotti e componenti in paesi – solitamente asiatici – in via di sviluppo, con qualità ancora più ridotta delle merci, conseguente accelerazione del deterioramento dei beni e crescita del tasso di sostituzione. Accorgimenti tecnici e produttivi per accorciare la vita dei prodotti e per aumentare i guadagni, con al centro il consumatore, vero attore protagonista che deve avere continui incentivi e sollecitazioni dirette a generare acquisti sempre nuovi, come in un ciclo continuo, ripetitivo e delirante. Lo sanno bene in Francia dove nel 2015 hanno approvato, su impulso dell’ allora ministra dell’ Ambiente Ségolène Royal, la legge sulla “transizione energetica” che ha consentito al procuratore di Nanterre di mettere sotto inchiesta il colosso giapponese dell’ elettronica Epson per “obsolescence programmée et tromperie”, reato punito con un’ ammenda di 300mila euro e una contravvenzione pari al 5% del fatturato. Con pena detentiva, in caso di recidiva, fino a due anni di carcere per i responsabili aziendali del prodotto, cioè per quei manager che lo hanno progettato e realizzato con l’ obiettivo di bloccarne il funzionamento, al fine di generare nuovi acquisti. Nel paese transalpino è nata una Ong, la Hop (Halte à l’ obsole scence programmée), per contrastare il fenomeno della (ridotta) durata dei beni di consumo dovuta all’ alterazione produttiva. Fenomeno che tutti tocchiamo con mano, quotidianamente. Ricorderemo i primi telefonini di una nota marca finlandese che sembravano indistruttibili, oggi è difficile che uno smartphone superi i due anni di vita. Proprio come certi personal computer la cui vita si è dimezzata, con statistiche puntuali che ci informano sul dimezzamento della vita media di tutti gli apparecchi elettronici che tutti abbiamo in casa. In Francia lo chiamano “le grande gâchis”, il Grande Spreco. *Ufficio Legale Codacons Campania.

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