5 Gennaio 2018

La Lorenzin fa peggio dei renziani «Shopper da casa purché monouso»

alfredo arduino Siamo appena al 5 gennaio ma il governo scaduto è già alle prese con il primo pasticcio del 2018. Quello sulla legge che imponeva (pare infatti abbiano già cambiato idea) i sacchetti biodegradabili a pagamento nei supermercati. Una norma contraddittoria e farraginosa che tocca uno degli aspetti più pratici e concreti della vita quotidiana: la spesa.Le domande che girano sul Web sono tante. E quasi tutte sensate, come quelle che riportiamo. Se si fa per il bene l’ ambiente perché non si può riutilizzare il sacchetto? E perché non si può portare da casa una retina, come fanno in altre nazioni? E perché i supermercati non possono offrire gratis la busta ai consumatori, invece che obbligarli a pagare? E ancora: perché si paga lo stesso, anche se non si prende? Sui social circolano decine di foto di frutta presa senza busta e associata a scontrini con il costo della busta comunque addebitato. E infatti sono già scattate le prime denunce.Per cercare di calmare gli animi e mettere un po’ d’ ordine ieri il governo è stato costretto a intervenire. Con il risultato che la toppa è peggio del buco. Cercando di riassumere: si è partiti che gli unici sacchetti utilizzabili erano quelli del supermercato e a pagamento. Per poi correggere il tiro: si possono portare anche da casa, purché siano tassativamente nuovi. Riutilizzarli, infatti, è vietato. E se qualcuno non rispetta la legge? In questo caso toccherà al titolare dell’ esercizio verificare l’ idoneità. Quindi cassiere e pizzicagnoli, promossi poliziotti, avranno il dovere di controllare le buste di cui sono dotatati i clienti. Inoltre, come si stabilirà , al momento della pesa, di non addebitare il sacchetto a chi se l’ è portato da casa?Questa la posizione ufficiale del ministero della Salute, come spiega il segretario generale, Giuseppe Ruocco: «No al riutilizzo dei sacchetti bio quando si acquista frutta e verdura al supermercato, ma non siamo contrari all’ impiego di buste monouso nuove che il cittadino può portare da casa». E continua: «Il problema inizialmente non era sanitario, bensì ambientale, poi il ministro dell’ Ambiente ci ha chiesto un parere che verosimilmente sarà inserito in una circolare unica Ambiente-Salute. Dobbiamo allo stesso tempo assicurare il mantenimento dell’ igiene e della sicurezza dei locali, cercando di contemperare le esigenze di libertà e di sicurezza».Sembra quindi chiarito che non c’ è obbligo di acquistare i sacchetti direttamente nei punti vendita, anche se resta aperto il problema del riutilizzo che «determinerebbe il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche». Ciò non toglie, però, che il cittadino può portarsi i sacchetti da casa, «a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti». Non esiste, infatti, nessun divieto di utilizzare le proprie buste, «più economiche o addirittura gratuite». Il titolare dell’ esercizio commerciale, conclude Ruocco, «avrebbe ovviamente la facoltà di verificare l’ idoneità dei sacchetti monouso introdotti». Sempre più complicato.Ma cosa dice la direttiva Ue del 2015 da cui tutto ha origine? In realtà non tocca l’ aspetto del riuso e neppure contempla il «rischio di contaminazioni batteriche». Nessun cenno, quindi, alla questione del riutilizzo. L’ unico obiettivo di Bruxelles è quello di ridurre l’ uso delle buste di plastica evitando che vengano fornite gratis nei market. E stop.Una linea confermata ieri da un portavoce della Commissione Ue: «L’ intervento dell’ Unione europea sulla materia nasce dalla grande preoccupazione suscitata da un fenomeno che ruota intorno a due cifre: ogni anno vengono consumati 100 miliardi di buste di plastica destinate a restare nell’ ambiente per 100 anni. La norma europea è stata messa a punto nel rispetto del principio chi inquina paga e tutti i Paesi Ue, ad eccezione di Spagna e Romania, hanno già notificato le misure con cui recepiscono la direttiva». Quindi, ha spiegato ancora il portavoce, «bisogna fare in modo di utilizzare le buste di plastica solo quando non se ne possa veramente fare a meno e, in alternativa, ricorrere ad altri contenitori riutilizzabili per il trasporto dei prodotti dal negozio a casa». Quindi quella delle buste a pagamento in bioplastica è un’ invenzione italiana, un’ interpretazione della norma che però poteva anche essere applicata in maniera diversa. Intanto, l’ ultima circolare interpretativa emessa dal ministero dell’ Ambiente ha ribadito che «le borse di plastica di qualsiasi tipo non possono essere distribuite a titolo gratuito dai supermercati, e il prezzo della singola unità deve risultare dallo scontrino». Ovviamente un simile pasticcio non poteva che approdare nelle aule dei tribunali: il Codacons ha già presentato esposti sui sacchetti biodegradabili a pagamento in 104 Procure di tutta Italia. Come spiega il presidente, Carlo Rienzi: «Chiediamo di aprire indagini sul territorio alla luce del possibile reato di truffa, verificando il comportamento di ipermercati, supermercati ed esercenti nella vendita dei sacchetti biodegradabili perché stanno arrivando segnalazioni che denunciano come il costo degli shopper venga loro addebitato anche in assenza di acquisto dei sacchetti, in modo del tutto illegittimo».

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