4 Gennaio 2018

Sacchetti bio: ira sui social, non alle casse

spesa più carasu facebook i due centesimi hanno sollevato un polverone, ma nei supermarket solo pochi i clienti indispettiti per il balzello
di Luigi Soriga SASSARIFortuna che la realtà non è vidimadibile da una serie di mi piace. Altrimenti una cliente, in diretta Facebook, avrebbe fatto scorpacciata di like.Si presenta alle casse della Conad di via Gramsci. Deposita la spesa sul nastro, e l’ addetto passa gli articoli sotto il lettore ottico. Quando il cassiere le consegna lo scontrino, lei lo passa ai raggi x e sbotta: «Cosa è questa roba?». «Signora – le spiega il commesso – da oggi le bustine che contengono frutta e verdura sono biodegradabili e non sono più gratuite. Costano 2 centesimi l’ una». Risposta: «Io non le pago». «Signora, guardi che non è una cosa che sta inventando la Conad, è obbligatorio in qualunque supermercato». Risposta: «Non è vero. Tenetevi la spesa, io vado da Eurospin dove è tutto gratis». Lascia carrello e buste, e va via indispettita. Naturalmente, anche da Eurospin i sacchetti bio finiscono in scontrino. Clienti e cassieri liquidano lo show con una scrollata di spalle. Su Facebook, quel cliente, sarebbe diventato un piccolo eroe.Questo fa capire bene la distanza siderale che passa tra la Rete e l’ esistenza quotidiana. L’ indignazione da social, trasposta all’ interno di un supermercato, si concretizza in fastidio. Nessuna barricata, nessuna rivolta con i forconi, solo il naturale disappunto del consumatore verso un piccolo salasso imposto, e la spiacevole sensazione di avere un estraneo che fruga nelle tasche. Perché, senza farla tanto lunga, i due centesimi dello scandalo altro non sono che i fastidiosi “ramini” da infilare nel portafoglio. Per capirsi, quelli di: «No grazie, non mi dia le monetine di resto».C’ è però anche chi non ne fa una questione di costi, ma solo di rispetto per la natura. Supermercato Lidl di Predda Niedda, ore 19. Il signor Angelo è un cliente fedelissimo. Ogni volta si porta dietro una cassetta di cartone, e poi la riempie di frutta e verdura da pagare in cassa. «Abito in campagna, ho la compostiera, non utilizzo buste, qualunque esse siano, bio o non bio. Per me sono inutili, le butterei. Per questo preferisco mettere la frutta in una cassettina». E ieri ha infilato un cavolfiore, due zucchine e tre banane. «Mi hanno detto che dovevo obbligatoriamente inserire tutto dentro tre distinti sacchetti. Altrimenti non sarei potuto uscire dal supermercato. E se le buste le portassi io da casa? Ho insistito. Niente, non sarebbe consentito per questioni igieniche. Quindi la contraddizione è questa: la nuova legge sulle buste bio è fatta per non inquinare: e va benissimo. Ma io che non voglio buste perché sarei costretto a gettarle via, e quindi generare inutili rifiuti, devo prenderle per forza. E allora qualcuno mi rispieghi il senso di tutto questo». Angelo lascia la cassetta sulla cassa, e sparisce contrariato.A dirla tutta, se avesse apposto l’ etichetta della pesatrice solo sulle banane, cioè un frutto con la buccia non commestibile, avrebbe pagato la banana ma non il sacchetto. L’ etichetta avrebbe compreso anche i 2 centesimi, ma poi il cassiere avrebbe dovuto stornare l’ obolo al momento dell’ emissione dello scontrino. Sui social le contromisure ai 2 centesimi stanno diventando virali. Ma immaginiamo la scena: fila di dieci persone, due sole casse aperte, e un cliente che posa sul rullo un rosario di 20 clementine da passare, una per una, sul lettore ottico. È più o meno la sensazione che si prova da Bricoman quando pensi di essere al traguardo, e poi chi è davanti a te, apparecchia 70 vitine, ciascuna con un codice a barre. È un attimo che scatta l’ istinto omicida. Anche perché, per ogni articolo, poi c’ è da fare lo storno dei 2 cent. Un delirio. Ci vorrà tempo per metabolizzare il nuovo balzello, un po’ come era accaduto anni fa per gli shopper a pagamento. I clienti sono d’ accordo sui benefici ambientali, contrari ai mari incellophanati e indignati per gli stomaci dei pesci sotto vuoto. «È giusto utilizzare materiali che non inquinano – ammette una signora – è un segno di civiltà. Quello che non capisco è perché i costi li debbano sostenere i consumatori, e non la grande distribuzione». La Codacons, contraria al provvedimento, ha stimato un aggravio annuo per famiglia di circa 50 euro. Insomma, una piccola tassa applicata alla spesa. Invece Assiobioplastiche ridimensiona drasticamente le cifre, considerando un consumo medio annuo di 150 sacchetti, e ipotizzando un onere complessivo di 5 euro l’ anno. I dati Eurisko invece si attestano in mezzo: calcolano 139 spese all’ anno nella grande distribuzione, e tre sacchetti per frutta e verdura alla volta. Quindi un totale di 417 bustine per un costo che si attesta sugli 8,5 euro all’ anno per famiglia. Un balzello tutto sommato tollerabile, considerati i benefici in termini di salute del pianeta. Ma la suggestione e l’ indignazione social distorcono le proporzioni, e la grande distribuzione è preoccupata. Al supermercato il singolo sacchetto mediamente costa 4 centesimi. «Noi non solo non ci guadagniamo – dicono alla Conad – ma ci andiamo di sotto. Però c’ è una legge ed è giusto adeguarsi».

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