4 Gennaio 2018

Sacchetti bio, debutto tra dubbi e ostacoli

cambia la spesasono obbligatori dal primo gennaio e il consumatore deve pagarli
di Stefano RomanowPAVIASi chiamano “biobuste” e dal primo gennaio sono obbligatorie: sono biodegradabili (quindi realizzate con materie prime vegetali per dissolversi nell’ ambiente senza inquinare) e devono sostituire le microborse usate per raccogliere gli alimentari da mettere nelle buste della spesa più grandi. Limitare la plastica. La legge che le ha rese obbligatorie nasce dalla necessità di limitare al massimo gli imballaggi di plastica non biodegradabile che inevitabilmente finisce nei rifiuti, e precisa che «il prezzo di vendita deve risultare dallo scontrino». I costi. Il prezzo varia da 1 a 3 centesimi per borsina, ed è qui che si è innestata la polemica: perché deve essere il consumatore a pagare? Finora il pagamento dei sacchetti di plastica normale veniva anticipati dai supermercati che poi lo scaricavano sul cliente nei prodotti sugli scaffali. La legge del governo rovesciato l’ approccio: ora è il consumatore a pagare i nuovi sacchetti bio con tanto di voce che deve risultare sullo scontrino. Va anche detto che l’ Italia è l’ unico Paese dell’ Ue che ha scelto di far pagare i sacchetti: la direttiva europea si limita ad invitare i Paesi ad applicare norme che limitino l’ uso di plastica per gli imballaggi. Il costo dell’ operazione oscillerà fra 4.17 e 12.51 euro l’ anno per ogni famiglia secondo Assobioplastiche (l’ associazione dei produttori di sacchetti bio) e tra i 20 e i 50 euro secondo l’ associazione dei consumatori Codacons. Vanno bene per l’ umido? Le bioborse sono “compostabili”, ma non come normalmente escono dal supermercato. Si possono cioè utilizzare per lo smaltimento della frazione umida, ma soltanto dopo aver tolto l’ etichetta del prezzo (in carta termica). Se la busta bio sopravvive all’ operazione può raccogliere l’ umido. Negozi e supermarket. L’ impatto della nuova legge è destinato ad essere più forte nei supermercati rispetto ai negozi di quartiere. Nel negozio, infatti, è il commerciante a pesare gli alimentari e, nel caso di frutta e verdura, il cliente può metterli in una borsa che si è portato da casa. Nella maggioranza dei supermercati, invece, frutta e verdura vengono pesate dai clienti prima di andare in cassa a pagare e quindi è di fatto obbligatorio mettere nelle biobuste la merce. Famiglie e single. Se si fa un sacchetto “formato famiglia” da 10 euro di frutta il peso percentuale dei 2 centesimi di sacchetto è irrilevante, ma il discorso cambia se un pensionato che vive solo paga due centesimi per insacchettare 30 centesimi di sedano per fare il minestrone. Quanti ne useremo. Assobioplastiche calcola che il consumo di buste in Italia si aggiri tra i 9 e i 10 miliardi di unità, per un consumo medio di ogni cittadino di 150 sacchi all’ anno. Secondo i dati dell’ analisi Gfk-Eurisko presentati nel 2017, le famiglie italiane fanno in media 139 spese all’ anno nella grande distribuzione. Ipotizzando che ogni spesa comporti l’ utilizzo di tre sacchetti per frutta/verdura, il consumo annuo per famiglia dovrebbe attestarsi a 417 sacchetti, per un costo complessivo compreso tra 4,17 e 12,51 euro (considerando appunto un minimo rilevato di 0,01 e un massimo di 0,03 euro). Chi è pro e chi contro. Per il Codacons l’ introduzione dell’ obbligo di usare le biobuste è «una nuova tassa occulta a carico dei consumatori». Per Legambiente, invece, «non è corretto parlare di caro-spesa. L’ innovazione ha un prezzo, ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purché sia garantito un costo equo».
stefano romano

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