7 Maggio 2017

Un infermiere su 3 aggredito al Pronto soccorso

Un infermiere su 3 aggredito al Pronto soccorso
troppa attesa fa perdere la pazienza e scattano le risse: pagano i camici bianchi che chiedono più sicurezza

CLAUDIA OSMETTI È una notte come tante al pronto soccorso di Catania: arriva un ragazzo col braccio fratturato, un signore lamenta i sintomi dell’ influenza e sbatte i denti, le sirene dell’ ambulanza girano a tutto volume. A un certo punto si sentono delle grida, ma non si tratta di quel bambino a cui stanno dando dei punti su una brutta ferita. No. A strillare è una dottoressa. Ha ancora il camice addosso. La paziente che sta visitando non è soddisfatta degli accertamenti che le vengono eseguiti e ne chiede altri. La responsabile di turno li valuta non urgenti, lei invece li vuole subito. Si alza dal lettino, si fionda contro il medico e partono calci e pugni. Una baruffa in piena regola. Nella colluttazione viene ferita anche l’ infermiera che è accorsa in aiuto della collega. Benvenuti nella prima trincea degli ospedali italiani, punti di prima emergenza che, sempre più spesso, si trasformano in scenari perfetti per risse e aggressioni. C’ è il paramedico alle prese con i famigliari in sala d’ aspetto, c’ è l’ inserviente che passa per caso in un momento sfortunato, e c’ è il chirurgo che di notte non riesce a staccare un minuto. L’ associazione nazionale infermieri sostiene che un operatore sanitario su tre, nell’ arco della sua carriera, è stato vittima di un atto di violenza fisica mentre trafficava con cerotti e garze. Così a chiedere maggiore sicurezza ora ci sono i sindacati di categoria che vorrebbero presidi fissi, agenti in guardiola e, in alcuni casi, addirittura l’ esercito. Divisa e caleidoscopio. In Liguria il problema è talmente sentito che sono proprio i poliziotti a sponsorizzare una raccolta firme per tornare in corsia, mentre in Sicilia la Codacons lancia la campagna «basta violenza negli ospedali». Non è mica una battuta. Giusto per capirci: al pronto soccorso del Loreto Mare di Napoli, neanche un mese fa, alcuni parenti di un uomo in cura si sono avventanti contro i sanitari in servizio. All’ inizio hanno tirato loro quel che avevano sotto mano (medicinali e soluzioni fisiologiche), poi hanno sradicato un computer e una stampante dalla scrivania più vicina e hanno ben (cioè, mal) pensato di usarli a mo’ di ariete. A scatenare le furiose ire di quel gruppetto di familiari è stata la decisione delle autorità ospedaliere di bollare come “codice verde” la consulenza ortopedica in questione. Ieri pomeriggio, al policlinico partenopeo Cardarelli, se l’ è vista brutta un infermiere che è stato brutalmente aggredito dal marito di un’ altra degente. La sicurezza interna è intervenuta subito, ma l’ uomo è stato identificato dalle forze dell’ ordine e non se la caverà con una semplice ramanzina. Certo, i varchi aperti 24 ore su 24 (per ovvi motivi) non aiutano, figuriamoci il progressivo taglio del personale di security che è stato ridotto un po’ ovunque. E allora finisce che negli ospedali dello Stivale ci sia un via vai continuo: gente che ha bisogno d’ aiuto, ma anche scalmanati e qualche testa calda. Insulti e offese quasi non si contano, nelle ore notturne la situazione precipita. A Sassari, pochi giorni fa, una donna è entrata nel gabbiotto della triage (la stanza in cui si decidono le priorità) e ha colpito con una testata l’ infermiera che le si è parata davanti. Voleva solo valutare il suo caso, è finita letteralmente ko. Quando i medici sono intervenuti hanno dovuto portare via lei su una barella, e non la paziente: ha rimediato diversi giorni di prognosi. Stessa fine per un dottore del pronto soccorso di Cittiglio (in provincia di Varese) a cui i colleghi hanno imposto sette giorni di riposo dopo che un suo assisto lo ha steso con un pugno nello stomaco. E ancora: Campobasso, Foggia, Lecce, Civitanova. L’ elenco dei parapiglia in corsia è più lungo di un’ enciclopedia. A Catania, tanto per tornare al Sud dove gli addetti ai lavori chiedono a gran voce «un tavolo di concertazione con il prefetto e i manager degli ospedali», a febbraio sono fini in manette in sette per aver organizzato un «raid punitivo» contro un medico del pronto soccorso del nosocomio catanese Vittorio Emanuele. Gli uomini della Squadra mobile hanno redatto un verbale che la metà basta: lesioni aggravate, violazione di domicilio, interruzione di pubblico servizio e minacce a pubblico ufficiale. Di paziente, in certi casi, c’ è proprio solo il nome. riproduzione riservata.

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