3 Marzo 2017

Non fermò il padre padrone Strasburgo condanna l’ Italia

Non fermò il padre padrone Strasburgo condanna l’ Italia

REMANZACCO (UDINE) – Per la prima volta l’ Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’ uomo di Strasburgo per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica. Sentenza storica, famiglia moldava, vicenda friulana: quella dell’ omicidio di Ion Talpis, accoltellato a 19 anni dal padre Andrei il 26 novembre 2013 a Remanzacco, nel tentativo di difendere la madre Elisaveta, a sua volta rimasta gravemente ferita dopo che insieme all’ altra figlia Cristina aveva patito i soprusi di un marito (e padre) padrone. Accusato di non essere intervenuto prontamente attraverso i propri organi, lo Stato dovrà pagare alla donna 30.000 euro per i danni morali e altri 10.000 per le spese legali, secondo un verdetto che diventerà definitivo se entro tre mesi non sarà impugnato. È il risultato del ricorso presentato dall’ avvocato Titti Carrano, presidente dell’ associazione Donne in rete contro la violenza: la Cedu ha riscontrato la violazione degli articoli 2, 3 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’ uomo, che disciplinano rispettivamente il diritto alla vita, il divieto di trattamenti inumani e degradanti e il divieto di discriminazione. Primo punto: le istituzioni italiane «non hanno intrapreso rapidamente azioni riguardo alla denuncia» della vittima, «creando una situazione di impunità che ha portato al ripetersi di atti di violenza. Le autorità italiane sono quindi venute meno al loro obbligo di proteggere la vita delle persone in questione».Secondo: «La donna e i suoi figli vivevano in un clima di violenza abbastanza seria da essere considerata maltrattamento», tanto che «il modo in cui le autorità hanno condotto le indagini indicano un atteggiamento passivo dell’ autorità giudiziaria». Terzo: «La Corte infine ritiene che la vittima sia stata oggetto di discriminazione in quanto donna per quanto concerne la mancanza di azioni da parte delle autorità, che hanno sottovalutato la violenza in questione e quindi, in ultima analisi, l’ hanno avallata». Rispetto a queste accuse, l’ Italia si è difesa affermando che solo una denuncia era stata presentata dalla donna e che quell’ unica querela era stata ritrattata dalla stessa vittima, tanto che alla fine era stata emessa una condanna solo per una piccola parte delle violenze informalmente lamentate. «Per prevenire questi casi commenta però Michele Nicoletti, deputato del Partito Democratico e presidente della delegazione italiana al Consiglio d’ Europa è essenziale che le persone che ricevono le segnalazioni abbiano la sensibilità di cogliere la gravità delle situazioni». Aggiunge Debora Serracchiani (Pd), governatrice del Friuli Venezia Giulia: «Questa sentenza è amara, tuttavia deve essere fatta nostra, meditata e trasformata in un monito forte a non lasciare sola nessuna donna in difficoltà, mai». Concordano la dem Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia della Camera («È una condanna esemplare, che non può e non deve ripetersi») e la deputata forzista Elena Centemero («Le donne che denunciano le violenze subite vanno protette»). Carlo Rienzi, presidente del Codacons, annuncia un’ istanza alla Corte dei Conti «per evitare che sia la collettività tutta a pagare per gli errori di pochi». © riproduzione riservata.
angela pederiva

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