Aumento dell’ Iva, coro di «no» «Stangata da 800 euro l’ anno»
l’
ipotesi è +3% l’ agevolata e +1% la super-ridotta confesercenti:
«provocherà un crollo dei consumi» la cgia: «un danno per disoccupati e
pensionati»
Il fronte del no all’ aumento dell’ Iva scende in campo. Artigiani, commercianti e consumatori contestano l’ ipotesi di un ritocco delle aliquote ventilata dal governo che – denunciano – si tradurrebbe in una maxi-stangata da quasi 800 euro all’ anno per le famiglie italiane e rischia di far crollare i consumi di oltre 8 miliardi e frenare il Pil. Una simulazione condotta da Ref Ricerche per conto di Confesercenti calcola che se il governo decidesse di innalzare le aliquote come da indicazioni europee, perderemmo a regime 8,2 miliardi di consumi: si tratta di circa 305 euro di spesa in meno a famiglia. Sul prodotto interno lordo, invece, l’ impatto negativo ammonterebbe a -5 miliardi di euro. La simulazione si muove dall’ ipotesi di un aumento di 3 punti all’ aliquota agevolata al 10%, che passerebbe quindi al 13%, e di un punto sull’ aliquota super-agevolata, che salirebbe dal 4 all’ 5%, il valore minimo che la Commissione Europea raccomanda ai Paesi dell’ Unione. Sulla base delle relazioni storiche si stima un effetto negativo in termini di Pil del -0,3% a regime mentre l’ effetto atteso sui prezzi è di un aumento dello 0,7%. Il rialzo delle aliquote, poi, farebbe salire ancora l’ Italia nella classifica europea sulla pressione fiscale. Dal punto di vista dell’ imposizione sui consumi l’ Italia già si colloca tra le prime posizioni ed è preceduta solo dalla Svezia, paese noto per l’ elevato peso del fisco. Sommando la tassazione dei consumi nelle forme vigenti oggi, si ottiene per l’ Italia un valore dell’ 11,7% del Pil, in salita dal 10,3% registrato nel 2008. Che si confronta con l’ 11% della Francia, fino al ben più modesto 9,5% osservato in Spagna. In questo quadro, un rialzo dell’ Iva si tradurrebbe in una maxi-stangata, solo per costi diretti, da 791 euro annui a famiglia. Il calcolo è del Codacons che avverte come nel nostro Paese l’ Iva abbia già subito di recente due incrementi «con effetti disastrosi per le famiglie e i consumi». Molto critica anche la Cgia di Mestre che contesta l’ ipotesi di aumentare l’ Iva per finanziare la riduzione del cuneo fiscale. «Questa operazione, infatti, non sarebbe a somma zero» spiega Paolo Zabeo, coordinatore dell’ Ufficio studi della Cgia. «Se a seguito di un’ eventuale riduzione del costo del lavoro i vantaggi economici ricadrebbero su imprese e lavoratori dipendenti, il rincaro dell’ Iva, invece, lo pagherebbero tutti. In particolar modo i più deboli, come i disoccupati, gli inattivi e i pensionati che, invece, dal taglio delle tasse sul lavoro non beneficerebbero, almeno direttamente, di alcun vantaggio». «Una ipotesi, quella dello scambio più Iva meno cuneo fiscale» aggiunge, «che sta prendendo sempre più forma, anche perché Bruxelles ci chiede da tempo di equilibrare meglio il nostro carico fiscale attraverso la riduzione delle imposte dirette e un corrispondente innalzamento di quelle indirette. Vista la situazione dei nostri conti pubblici, è molto probabile che il Governo non sarà in grado di recuperare entro la fine di quest’ anno tutti i 19,5 miliardi necessari per evitare che, dal 2018, l’ aliquota Iva del 10 passi al 13 e quella del 22 al 25 per cento. L’ aumento di un punto dell’ aliquota ridotta costa agli italiani poco più di 2 miliardi e quella ordinaria 4».
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- ECONOMIA & FINANZA
