Ballottaggio e pluricandidature verso lo stop
rinviata a oggi la sentenza della consulta sull’ italicum: non ci sarebbe consenso per la bocciatura del premio
ROMA Premio di maggioranza sì, premio di maggioranza no: oggi la Corte costituzionale dirà se, oltre al ballottaggio e alle candidature multiple, anche quest’ altro pezzo dell’ Italicum debba essere cancellato, come ha chiesto ieri in udienza una folta schiera di avvocati, secondo cui la legge elettorale in vigore «se ne infischia della rappresentatività e si preoccupa solo della governabilità», o se, invece, debba essere conservato perché, come ha invece sostenuto l’ Avvocatura generale dello Stato, «la Costituzione non vincola il legislatore in modo totale al proporzionale puro» ed è «arduo ritenere irragionevole la soglia del 40% prevista per far scattare il premio». Se, infatti, sul ballottaggio sembra esserci già un orientamento di massima della Corte(emerso nella pre-camera di consiglio di lunedì) nel senso della sua abolizione (tanto che ieri l’ avvocato Felice Besostri, già protagonista della battaglia contro il Porcellum, ha liquidato l’ argomento dicendo: «Mi sembra di sparare sulla Croce rossa») e così anche sulle candidature multiple (troppi 10 collegi in cui presentarsi: se il Parlamento vorrà reintrodurle dovrà abbassare il numero), sul premio di maggioranza (per la lista che supera il 40% al primo turno) potrebbe esserci un supplemento di riflessione, anche se le indiscrezioni della vigilia lo danno per confermato proprio in base alla sentenza n. 1/2014 sul Porcellum, che lo eliminò perché non era agganciato a una soglia di voti. In ogni caso, il verdetto della Corte si conoscerà oggi alle 13-13,30, come ha riferito ieri pomeriggio il presidente Paolo Grossi, al termine di un’ udienza pubblica durata circa quattro ore e prima che iniziasse la maratona della camera di consiglio. I 13 giudici costituzionali (ne mancano due per le dimissioni di Giuseppe Frigo, non ancora sostituito dal Parlamento, e per l’ assenza per ragioni di salute di Alessandro Criscuolo) si sono chiusi in conclave alle 17.00 e ne sono usciti dopo un paio d’ ore, dandosi appuntamento a stamattina per limare, concludere e confezionare un comunicato stampa con un verdetto che non crei vuoti normativi ma, anzi, sia «autoapplicativo». Le motivazioni della sentenza – affidata al relatore Niccolò Zanon – arriveranno a metà febbraio. E conterranno certamente anche importanti indicazioni al legislatore. Questione di ore, quindi, e si saprà la sorte dell’ Italicum: una legge che è «un furto di democrazia», e quindi da buttare, secondo l’ avvocato Vincenzo Palumbo; una legge «pienamente costituzionale», e quindi da salvare, a detta dell’ Avvocato generale dello Stato Massimo Massella Ducci Teri. I due schieramenti si sono affrontati ieri, in un’ udienza punteggiata dall’ irritazione del presidente Grossi verso alcuni interventi troppo prolissi degli avvocati anti-Italicum, invitati più volte alla «brevità», a «non esasperare la Corte» né «ad abusare della sua pazienza» e richiamati «ad evitare concioni parapolitiche, limitandosi a questioni giuridiche». L’ aula era gremita di toghe, giornalisti, telecamere. È comparso anche Roberto Calderoli, padre del Porcellum smontato dalla Corte con la sentenza n. 1 del 2014, pluricitata come precedente sia pro che a favore dell’ Italicum. L’ udienza comincia di buon mattino con la richiesta del Codacons e di altri cittadini elettori di partecipare al giudizio di costituzionalità, che però sarà bocciata dalla Corte dopo una breve camera di consiglio. Si riparte con la relazione di Zanon; seguono le arringhe dei sette avvocati dei ricorrenti e dei due avvocati dello Stato. Si parla molto di premio di maggioranza, di ballottaggio, candidature multiple ma soprattutto dell’ ammissibilità delle questioni sollevate dai Tribunali di Messina, Torino, Perugia, Trieste e Genova, da cui dipende la possibilità di entrare nel merito delle censure all’ Italicum. Si tratta infatti di stabilire se una legge elettorale può essere impugnata prima della sua applicazione o, addirittura, della sua entrata in vigore, com’ è accaduto per l’ Italicum a differenza del Porcellum, che è stato impugnato dopo ben tre elezioni politiche. Secondo l’ Avvocatura dello Stato, questa differenza «inficia le cinque ordinanze» perché i ricorrenti si sono mossi «in via preventiva»: quando sono stati presentati i ricorsi mancava «l’ interesse ad agire» perché «la norma non era applicabile», dice. Una tesi contrastata dagli avvocati anti-Italicum, anche con qualche provocazione: l’ avvocato Lorenzo Acquarone (già senatore Dc) cita il suo barbiere per far notare che, stando a quel criterio, una legge sulla pena di morte in vigore non potrebbe essere impugnata dal condannato prima della sua applicazione (cioè prima dell’ esecuzione capitale)… Acquarone si associa poi alla richiesta di Besostri alla Corte di sollevare di fronte a se stessa, d’ ufficio, una questione più ampia di incostituzionalità dell’ Italicum, in quanto approvato con un voto di fiducia, «che è un voto sul governo, non sulla legge». Ma è difficile che questa strada venga percorsa dalla Corte. Quanto al merito delle censure, l’ Avvocatura le considera tutte infondate, a cominciare da quelle sul ballottaggio. «La Costituzione non lo vieta, esiste in altri Paesi e anche da noi per l’ elezione dei sindaci. Uno Stato democratico deve anche saper scegliere» dice Massella Ducci Teri, secondo il quale «l’ omogeneità tra le leggi elettorali di Camera e Senato è un auspicio assolutamente legittimo che in qualunque momento il Parlamento potrà realizzare, ma tra i due sistemi ci sono ineluttabili differenze». Ancora poche ore e si saprà ufficialmente che cosa resta in piedi dell’ Italicum. Tra gli avvocati c’ è chi è più o meno fiducioso. «Temiamo una sentenza minimalista» risponde Palumbo ai giornalisti che gli chiedono un pronostico sulla decisione. Ovvero: bocciatura del ballottaggio e delle candidature multiple, secondo le indiscrezioni dei giorni scorsi. Sarebbe soltanto una mezza vittoria. L’ obiettivo è il premio di maggioranza, spiega Besostri. Ma non sembra così a portata di mano.
donatella stasio
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