Lavoro, il gioco dei numeri e il ministro Poletti
Siccome è l’ ultimo appuntamento di questa rubrica per l’ anno che sta per chiudersi, ci occuperemo di quel che è accaduto nel 2016 e che è augurabile non si verifichi più nel prossimo 2017 (auspicio probabilmente vano). Tema: lavoro. Svolgimento: il gioco delle tre carte dei numeri (largamente praticato dai nostri governanti). Ieri abbiamo appreso – dalla prima Nota trimestrale congiunta di ministero del Lavoro, Istat, Inps e Inail, riferita al terzo trimestre 2016 – che l’ occupazione nella fascia di età tra 15 e 34 anni è calata di 55 mila unità (-1,1%) rispetto al trimestre precedente e di 29 mila unità (-0,6%) rispetto allo stesso periodo del 2015. Tra gli over 50 invece “prosegue, seppur in misura meno accentuata rispetto al passato, la significativa crescita del numero di occupati e del tasso di occupazione, dovuta anche alle minori uscite dal mercato del lavoro per pensionamento”. Cioè, tante grazie alla riforma Fornero. Su Twitter se ne rallegrava il premier Gentiloni, come in passato ha fatto diverse volte il suo predecessore a suon di #lavoltabuona e altri giubilanti commenti. Cosa vuol dire? Che i giovani trovano sempre meno lavoro. Sarà per quello che espatriano? O perché non gli piace la pizza? E poi: la nota l’ avrà mica letta anche Giuliano Poletti? Quindici giorni fa, appena rinominato per meriti sul campo, aveva candidamente spiegato che “Se si vota prima del referendum sul Jobs act il problema non si pone: sarebbe rinviato”. Della serie, come ovviare agli indesiderabili effetti delle consultazioni popolari Poi, una decina di giorni fa, il ministro del Lavoro aveva dichiarato: “Centomila giovani se ne sono andati dall’ Italia? Sì, ma non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola. Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Ne sono seguite polemiche (e immancabili scuse postume, “sono stato frainteso”) perché molti giovani – di cui parla sempre con un’ insopportabile dose di retorica – si sono assai incazzati chiedendo a gran voce le dimissioni di un ministro cui dobbiamo per l’ appunto il Jobs act. Legge miracolosa che oltre ad aver regalato 20 miliardi in tre anni alle imprese ha abolito l’ articolo 18 sdoganando i licenziamenti, così ci abituiamo anche noi alla flessibilità. Infatti da che c’ è il Jobs act i licenziamenti disciplinari sono aumentati del 28%. Quanto al “licenziamento” di Poletti non è stato chiesto solo dagli sbarbatelli della Rete, ma anche dai giovani del Pd, da Sinistra italiana, dal Movimento 5 stelle (che ha depositato una mozione di sfiducia) e perfino dal Codacons. Enrico Mentana su Facebook ha scritto: “Credo che la sorte del ministro Poletti sia segnata dopo le due improvvide uscite. Quasi impossibile resistere agli effetti di così grossolani errori politici”. Sarà vero? Chissà, intanto si sposta l’ attenzione sulla “stretta del governo sui voucher” (che serve sempre per scongiurare il referendum). La nota congiunta di ieri spiega che nei primi 9 mesi del 2016 i voucher venduti sono stati 109,5 milioni, il 34,6% in più rispetto all’ analogo periodo dell’ anno precedente. Ma non preoccupatevi, i nostri eroi sono all’ opera. A leggere la prima pagina di Repubblica martedì si poteva pensare che il problema fosse bello che risolto: “Lavoro, si cambia. Meno voucher e multe a chi ne abusa”. Tutto bene quindi: il ministro gaffeur resta al suo posto (è la stabilità) e il Paese festeggia le buone nuove Poi qualcuno si stupisce se l’ 80 per cento dei giovani ha votato No a una riforma che oltre a scardinare la Costituzione avrebbe anche mandato a casa i responsabili di questa idilliaca situazione.
silvia truzzi
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