Banche avare: meno prestiti, costi alti «Gli italiani i più tartassati in Europa»
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fonte:
- Il Mattino
la cgia: tassi doppi rispetto a quanto pagano per comprare il denaro bce
Prestano sempre meno soldi all’ economia reale (-0,3 per cento ad agosto, -0,6 a luglio). Fanno pagare tassi alle famiglie (in media di poco sotto il 3 per cento) o alle imprese (intorno all’ 1,65) doppi o tripli rispetto a quanto spendono per comprare denaro dalla Bce. Ma soprattutto, ha accusato ieri la Cgia di Mestre, le banche italiano «tartassano i clienti con le commissioni nette»: stando al centro studi «valgono ben il 36,5 per cento dei ricavi totali» e sono salite del 20 per cento, «quasi 5 miliardi in più rispetto al 2008». Cioè da quando è iniziata la crisi. Paolo Zabeo, capo dell’ Ufficio studi della Cgia, accusa gli istituti di aver scaricato sulla clientela i costi della crisi. «Hanno ritenuto più conveniente», ha spiegato, «ridurre gli impieghi, e quindi i rischi, e aumentare i ricavi dalle commissioni sui conti correnti, sui servizi bancomat/carte di credito, i servizi di incasso/pagamento e dalle attività extra creditizie, come la vendita di titoli, valute e strumenti di capitale». Dall’ Abi non commentano, ma informalmente da Palazzo Altieri fanno notare che la Confindustria delle banche «non può e non deve entrare nelle scelte dei prezzi dei prodotti bancari in rigorosa applicazione di normative europee e italiane», ma per quanto riguarda il prezzo dei conti correnti l’ ultima indagine della Banca d’ Italia evidenzia che il costo medio è di circa 82 euro. Anche se la vigilanza non ha mai perso l’ occasione di criticare la poca trasparenza del settore. Via Nazionale, alla fine del 2015 e riferendosi al 2014, ha sottolineato che «la spesa media di gestione dei conti correnti è cresciuta di 0,3 euro, attestandosi a 82,2 euro», mentre «la spesa per i canoni e per gli altri oneri fissi è rimasta sostanzialmente invariata (-0,1 euro)». Nonostante 16,6 milioni si affidino al canale online (dove per un bonifico si paga di spesa fissa massimo un euro contro i 4 chiesti allo sportello) le commissioni sono aumentate soprattutto in relazione «al numero di operazioni effettuate nell’ anno» e «all’ anzianità del conto». A riprova che le condizioni migliori sono monopolio dei nuovi sottoscrittori. Indicativi poi gli incrementi per le carte di credito e che i maggiori incassi fossero garantiti dagli sconfinamenti. Dietro i numeri della Cgia c’ è la debolezza dell’ industria bancaria, sempre meno remunerativa con i tassi negativi che riducono i margini e sempre più oberata da debiti e crediti inesigibili. Per non parlare di un surplus di dipendenti e sportelli, eccessivo rispetto all’ attuale giro d’ affari. Il centro studi Orietta Guerra della Uilca, per esempio, ha calcolato che al 30 giugno 2016 i principali undici istituti del Paese hanno visto crollare in un anno i loro utili (da 4,296 miliardi di euro a 2,037), mentre i margini d’ interesse sono passati da 14,609 miliardi a 13,835 e le rettifiche sono aumentate (da 6,276 a 7,276 miliardi) per il peso delle sofferenze (198 miliardi, 85 delle quali nette). Calano invece troppo lentamente le spese per il personale (da 10,320 a 10,132 miliardi) e le spese amministrative (da 5,734 a 5,649 miliardi). Soprattutto la Cgia ha accusato le banche italiane di aver alzato le commissioni più dei concorrenti europei: in Francia e Gran Bretagna la crescita è stata dell’ 11,5 per cento, mentre in Olanda, Belgio e Germania – nazioni che hanno sistemi bancari non certo all’ avanguardia come dimostrano i casi Deutsche o Fortis – sono scese rispettivamente del 27, del 7 e del 4,6 per cento. L’ Adusbef ha anche sostenuto che da noi un conto costa «318 euro in media contro i 114 euro delle banche europee». Intanto il Codacons annuncia una causa collettiva. Racconta un banchiere: «Nel 2004, quando la Fiat comunicò alle banche che non avrebbe rimborsato il prestito convertendo da 3 miliardi, le banche coinvolte dovettero accantonare quasi un miliardo. La metà di questa cifra fu pagata indirettamente dai loro clienti. Non siamo più a quei tempi, ma questo non vuol dire che certi comportamenti siano stati spazzati via. Il decreto Bersani impone che ogni modifica nelle condizioni contrattuali sia legata a giustificati motivi e comunicata al cliente, che ha due mesi per rescindere senza penali. Invece basta mandare al correntista una comunicazione che riporta in decine di pagine tutte le clausole, anche segnando le nuove in neretto, e il gioco è fatto». Negli ultimi giorni ha fatto molto rumore la notizia, data da Linkiesta.it, che alcuni istituti (Ubi, Unicredit, CheBanca!) abbiano aumentato le commissioni per finanziare la loro quota al Fondo nazionale di risoluzione, dopo i fallimenti di Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti. Bankitalia avrebbe già acceso un faro. Ma soprattutto da anni la Vigilanza ha aumentato la moral suasion verso gli istituti per una maggiore trasparenza verso la clientela. In prospettiva dell’ operatività del Bail in, il governatore Ignazio Visco ricordò che «i clienti andranno pienamente informati del fatto che potrebbero dover contribuire al risanamento di una banca». Ma contemporaneamente annunciò controlli a tappeto per evitare che i costi degli accantonamenti fossero scaricati sui correntisti. Soltanto per i servizi alle Pmi, il numero uno di Palazzo Koch aveva intimato che gli istituti «devono assicurarsi che i servizi di liquidità inclusi nelle anticipazioni in conto corrente siano fatti pagare a un prezzo non superiore al valore del servizio effettivamente reso». Ma non sempre tutto questo avviene nelle banche del Belpaese. Perché come ha spiegato all’ Ansa Catherine Mann, capo economista dell’ Ocse, «per rafforzare strutturalmente il suo sistema bancario l’ Italia è a metà del guado, ma non è ancora arrivata dall’ altra parte». © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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