La scuola dichiara guerra al panino
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fonte:
- Il Cittadino
I tempi sono cambiati e al posto della “pappa col pomodoro” oggi si lotta per la “schiscetta” o per il meno nobile “panino”. I bambini oggi sanno di avere nei genitori i loro più determinati alleati, mentre i giudici, tirati in ballo a suon di reclami e ricorsi, intervengono con le loro sentenze, facendo pendere la bilancia da una sola parte: il panino. Allora una domanda è d’ obbligo. Cos’ è meglio per gli alunni durante la pausa mensa, un tradizionale pasto servito a scuola secondo le regole igienico-sanitarie delle ATS (Agenzie Tutela della Salute) una volta ASL, oppure un panino portato da casa ben farcito dalla mamma? Lo scontro non è di poco conto e né può passare sottotono. Sono in gioco processi educativi quali l’ educazione alimentare, il controllo dei cibi, i regolamenti dei Comuni sull’ organizzazione circa la distribuzione dei pasti, ma anche le disposizioni dei presidi per assicurare la vigilanza nei locali mensa. Problemi che pare non abbiano toccato minimamente la determinazione di un gruppo di genitori che si sono affidati a dei legali per portare avanti il confronto che superasse l’ ambiente scolastico per finire nelle aule dei tribunali. E’ accaduto a Torino dove una cinquantina di genitori di alunni frequentanti diverse scuole medie ed elementari della città, stanno portando avanti una lotta per garantire ai propri figli una genuina “pappa col pomodoro” preparata dalla mamma, o magari un bel panino con la mortadella, piuttosto che affidare il palato dei pargoli ai pasti della grande distribuzione. La cosa non ha goduto dell’ assenso delle istituzioni. Così gli schieramenti scesi in campo sono da una parte bambini, genitori, giudici e Codacons, dall’ altra Comune, presidi e Ministero dell’ Istruzione. Una lotta condotta dai legali delle parti senza esclusione di colpi. L’ iter si è concluso lo scorso 5 settembre con la ritirata strategica dal campo di battaglia del Ministero dell’ Istruzione, con la sconfitta del Comune di Torino e la vittoria degli alunni che sono liberi di portarsi da casa il pasto preparato dalla mamma. Ha vinto la “schiscetta” o il buon senso dei giudici? Al di là di ogni ragionevole dubbio che una simile vicenda può aver lasciato e che forse è meno importante in quanto a interesse o ad approfondimenti, ciò che ora si apre all’ orizzonte è una diversa lettura giuridica, organizzativa ed economica della questione mensa nelle scuole. Di certo non è più da considerare una violazione di legge la volontà della famiglia di non avvalersi del servizio di refezione organizzato dal Comune; non è più da considerare legittima l’ organizzazione di separare gli alunni che mangiano il panino portato da casa, dagli alunni riuniti in mensa per consumare il pasto del giorno. Se la mensa è un momento educativo, di questo momento devono usufruire tutti gli alunni indipendentemente dall’ organizzazione di un servizio e pertanto separare i fruitori del servizio di refezione da chi porta il panino da casa comporta una violazione del diritto alla socializzazione; se la mensa è un servizio che ha un costo obbligatorio per le famiglie, questo servizio non può essere imposto pena la violazione del dettato costituzionale che considera il diritto allo studio un principio che non può essere subordinato alla condizione economica di una famiglia; se la mensa è da considerare come una risposta sociale utile e necessaria ai genitori obbligati al rispetto degli orari dei turni di lavoro tali da costringerli a lasciare i figli a mensa, questa risposta non può avere dal Comune come unica soluzione la corrispondente imposizione di un costo economico dei pasti. La “ratio” su cui si è mosso il giudice di Torino è che la mensa è un momento di «coesistenza e non di reciproca esclusione». E’ una sentenza che ora apre uno scenario che richiede nuove regole, nuove organizzazioni, nuove disposizioni che devono essere impartite non soltanto dagli enti locali, ma anche dal Ministero. Una questione che per certi versi mi ricorda la mia infanzia quando al suono dell’ intervallo ognuno tirava fuori dalla cartella il proprio panino avvolto nella carta di giornale. Allora si mangiava in aula e si parlava poco o niente di mensa. Il mio preferito era quello con la frittata. Sublime! Per anni ho mangiato panini dal variegato ripieno che andava dalla frittata alla mortadella, dalla cotoletta impanata ai pomodori tagliati e accompagnati da sottilissime fettine di cipolla rossa. Quella dolce. Col senno del poi ho capito perché le ragazze in certi giorni mi evitavano dopo la pausa mensa. Ma mia madre mi diceva che il consumo delle cipolle valeva la certezza della sconfitta dei vermi che da bambini si ha nella pancia (sic!). Di quali vermi si trattasse, questo non l’ ho mai capito, né li ho mai visti. Eppure talvolta mi affidava alle sapienti mani di una vecchietta che mi faceva tanti strani segni sulla pancia per «ammazzare i vermi». Boh? Oggi qualcuno potrebbe dire che quei panini con la cipolla erano in realtà i primi panini vegani. Senza saperlo mia madre era una discepola di Eraclito, il vegano per eccellenza, quello che mangiava vegetariano per «instaurare un’ unione perduta tra uomo e natura». Di sicuro c’ è che non ho mai preso un raffreddore fino a quando ho fatto il vaccino contro l’ influenza. Vuoi vedere che le cipolle rosse sono più efficaci dei vaccini? Sancilio Corrado preside dell’ istituto “Agostno Bassi” di Lodi.
corrado sancilio
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