13 Giugno 2016

I romani, tribù di magnaccioni

I romani, tribù di magnaccioni

Sui risultati elettorali a Roma c’è una considerazione, tra le mille lette e sentite, che ancora non è stata fatta. Se si contano per ciascuna lista i voti ai singoli candidati si vede che essi raggiungono più o meno il 30% dei voti complessivi alla lista nei partiti abituati all’obbedienza come Pd o Fratelli d’Italia, mentre per gli altri si aggirano sul 10% dei voti di lista. Ossia sembra che la presenza di tutta questa gente non porti quasi nulla alla lista.

Ora si vota per opinione e non per clientelismo o amicizia. Così se si contano i voti dei candidati a sindaco e capolista e si fa una graduatoria si vede che io a esempio sono arrivato al 13° posto su 46 capolista. Un successo lusinghiero avere 2710 voti dai romani più di quanti ne hanno avuto altri capolista e candidati.

Ma la scoperta davvero sconcertante che ho fatto è quanto sono “magnaccioni” e ipocriti i romani. Sono andato prima delle votazioni in un bar del quartiere San Lorenzo il cui proprietario era candidato con me nella Lista Codacons. Egli aveva invitato tutti i più stretti amici e parenti, erano presenti una cinquantina di elettori che aggiungendo coniugi e figli – pensai io – avrebbero portato a un centinaio di voti sicuri. Costoro dopo il mio intervento introduttivo hanno applaudito e nessuno dico nessuno ha detto “non mi avete convinto non credo che vi voterò”, ma tutti si sono scagliati sul ricco buffet a mangiare e bere a sbafo.

Ebbene, quel candidato ha preso 25 preferenze. Allora mi chiedo: ma con che faccia si va a sostenere un candidato quando c’è da bere e mangiare gratis e non più nel segreto dell’urna? Ne faccio solo una questione di etica e di conoscenza delle persone con cui si ha a che fare che – come dice il famoso film – forse sono dei “Perfetti sconosciuti”.

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