Il caso di Roman Ostriakov e il diritto a non morire di fame
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fonte:
- Gazzetta di Modena
sanità e dintornidi camillo valgimigli *
La vicenda Roman Ostriakov, un giovane ucraino trentenne, senza fissa dimora, sorpreso nel 2011 a rubare in un supermercato di Genova: si era infilato in tasca un pacchetto di wurstel e due pezzi di formaggio (4 euro e sette centesimi). Era arrivato alla cassa cercando di pagare soltanto alcuni grissini. Un altro cliente del supermercato, pieno di zelo, però, lo aveva visto mentre nascondeva i pacchetti, e lo aveva segnalato alla vigilanza. Ostriakov era stato così denunciato ed era finito nei guai anche perché recidivo, poiché aveva già subito processi per piccoli furti, sempre di cibo, sempre motivati dalla fame. Nel giudizio di primo grado il pubblico ministero aveva chiesto di “attenuare” il reato, derubricarlo in “tentativo di furto spinto dalla necessità”, e condannare quindi Ostriakov soltanto ad una multa di cento euro. Al ricorso presso la Corte d’ Appello di Genova i giudici decidono che il giovane ucraino merita una lezione, visto che continua a rubacchiare. Il 12 febbraio 2015 lo condannano a sei mesi e cento euro di multa: viste le condizioni economiche di Roman è una cifra del tutto teorica e sproporzionata per lui. Ma incredibilmente la pubblica accusa si muove a pietà, nella figura del procuratore generale Antonio Lucisano. È proprio il procuratore generale che si rivolge alla Corte di Cassazione affinchè sia “alleviata la pena”. Non è stato un vero furto – sostiene Lucisano – ma un tentativo di furto visto che Ostriakov è stato bloccato prima che uscisse dalle porte scorrevoli del supermercato. Il presidente della quinta sezione penale Maurizio Fumo, e Francesca Morelli, consigliere relatore, vanno ben oltre e annullano senza rinvio la sentenza di condanna della Corte d’ Appello di Genova. I due magistrati di Cassazione (Presidente e Consigliere relatore) prendono il toro per le corna mettendo nero su bianco che quello commesso dall’ ucraino senza fissa dimora è un furto consumato e non solo tentato, ma “la condizione dell’ imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’ impossessamento della merce, dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad un’ immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità”. “Dunque – scrive Goffredo Buccini nel Corriere della Sera – non siamo più di fronte ai buoni carabinieri che pagano di tasca propria lo scontrino del ladro affamato, sia esso un povero pensionato o uno straniero disperato. E siamo anche oltre la sentenza che a Frosinone, due anni fa, mandò assolta una mamma che aveva rubato dieci euro di pollo per i suoi bambini: diverso qui è il livello di giudizio. Come nel dopoguerra neorealista, come in tutti i periodi bui di grave crisi economica, si torna ad arraffare ciò che si può, per tirare avanti”. Questa decisione della quinta sezione penale di Cassazione non sarebbe innovativa, poiché non è la prima volta che per giudicare chi ruba cibo per un valore irrisorio si applica l’ articolo 54 del codice penale e si richiama perciò “lo stato di necessità”. Ma è il passaggio in cui si annulla senza rinvio la decisione dei giudici della Corte d’ Appello di Genova a creare un precedente. La Corte Suprema infatti, con la sentenza “numero 18248” precisa di rifiutare il pronunciamento genovese “perchè il fatto non costituisce reato”. Come cantava Fabrizio De Andrè in: “Nella mia ora di libertà”: “Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”. Una motivazione condivisa anche dal Codacons, secondo cui “la Cassazione ha stabilito un principio sacrosanto: un piccolo furto per fame non è in alcun modo equiparabile a un gesto di delinquenza”. Per i giudici supremi dunque il diritto alla sopravvivenza prevale su quello di proprietà. “In America sarebbe una bestemmia e anche in Italia qualche benpensante – scrive Massimo Gramellini – parlerà di legittimazione dell’ esproprio proletario. In realtà la situazione è parecchio cambiata dagli anni Settanta, quando a saccheggiare impunemente i supermercati in nome del proletariato erano i figli di papà, che infatti prelevavano caviale e champagne”. Questa sentenza ricorda a tutti che in un Paese civile nemmeno il peggiore degli uomini può morire di fame. * Psichiatra – Psicoterapeuta.
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