21 Marzo 2016

Paura da acqua inquinata, chiesti i danni

Paura da acqua inquinata, chiesti i danni
Ricorsi al giudice di pace di quattro teatini: vogliono 20mila euro, possono dare il via a migliaia di sentenze contro l’ Aca

 

CHIETI Ha un prezzo anche la paura di ammalarsi. E se il timore arriva dall’ acqua inquinata di Bussi i ricorsi possono diventare una valanga. Il prossimo 15 giugno ci saranno le udienze di precisazioni, conclusioni e discussione davanti al giudice di pace di Chieti, Mariaflora Di Giovanni, delle prime quattro sentenze pilota promosse dal Codacons Abruzzo, rappresentato dal responsabile provinciale di Chieti, l’ avvocato Vittorio Ruggieri, in collaborazione con uno studio legale di Ancona specializzato in risarcimento danni (Studio Berti e associati), contro l’ Aca Spa. Secondo i ricorsi, fin dal 2004 l’ Aca era a conoscenza che nel Campo pozzi Sant’ Angelo di Bussi, i pozzi 5-6-7 risultavano altamente inquinati. Ma nonostante ciò acqua inquinata e nociva per la salute è stata comunque somministrata nell’ area metropolitana Chieti – Pescara. «Conosciuta la gravità della situazione e il pericolo per la salute, (soprattutto per i bambini e gli anziani)», affermano i ricorrenti, «appurato inoltre che nella zona si erano verificati casi di patologie neoplastiche o endocrine, per molti cittadini abruzzesi è cominciato un incubo dovuto al timore di ammalarsi, aggravato dalla impossibilità di sottrarsi all’ assunzione degli agenti nocivi, che diveniva terrore vero e proprio quando si manifestavano per esempio eruzioni cutanee o rossori, che prima sembravano insignificanti e attribuiti a cause del tutto naturali o, peggio ancora, gonfiori di ghiandole o dolori interni per i quali si rivolgevano al medico ad ogni occasione». Così la sezione provinciale di Chieti del Codacons Abruzzo ha avviato davanti al giudice di pace le quattro cause pilota chiedendo 5mila euro di risarcimento danno per ciascuna persona, sulla base della sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione sul caso Icmesa, l’ inquinamento ambientale in cui 85 persone hanno ottenuto il risarcimento del danno non patrimoniale morale solo per aver avuto timore di ammalarsi a causa dei veleni che erano stati diffusi nell’ atmosfera. «Il caso Icmesa è identico a quello che ci occupa – dichiara l’ avvocato Ruggieri – e quindi può costituire precedente specifico al quale fare riferimento per Bussi. In quella sentenza la Cassazione ha statuito che il danno non patrimoniale consistente nel patema d’ animo e nella sofferenza interna ben può essere provato anche per presunzioni (Cass. Civ. Sez. III, 13/05/2009 n. 11059)».(g.l.m.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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