27 Febbraio 2016

Mano pesante del Pg: in appello chiesti 6 anni di carcere per Fiorito

Mano pesante del Pg: in appello chiesti 6 anni di carcere per Fiorito

per la pubblica accusa l’ ex capogruppo regionale del pdl non doveva godere delle attenuanti concesse in primo grado
segue dalla prima pagina Ebbene, ieri, in Appello, il Procuratore generale ha contestato proprio la concessione di questa attenuante all’ imputato, visto che, per l’ accusa, questo «ravvedimento» non è stato spontaneo, ma dettato da un mero calcolo finalizzato ad una condanna più lieve. Non va dimenticato, infatti, che l’ aver fissato termini e modi della restituzione dei soldi (anche davanti alla Corte dei Conti) ha evitato (in primo grado) una richiesta di condanna ben più pesante che, altrimenti, non sarebbe stata inferiore agli 8 anni. Il Procuratore generale, inoltre, nella sua requisitoria ha calcato la mano sulla figura del politico che (come scrisse Cicerone) deve «mostrare particolare rigore e dirittura morale». Da qui la richiesta di una condanna a 6 anni. Condanna ben più severa di quella inflitta in primo grado, 3 anni e 4 mesi (con l’ abbreviato) che però è stata appellata sia dalla Procura che dalla difesa. E sarà proprio la difesa, rappresentata dagli avvocati Enrico Pavia e Carlo Taormina, a tracciare un profilo ben diverso da quello dipinto dal Pg. Lo faranno il 7 aprile quando, probabilmente, ci sarà anche la sentenza. LA DIFESA La difesa, infatti, ha sempre sostenuto che con Fiorito si vuole processare un malcostume ampiamente diffuso (soprattutto negli Enti Regionali) e, dunque, sarebbe sbagliato colpire solo lui per colpire un intero sistema. Non solo, ma gli avvocati Pavia e Taormina punteranno all’ assoluzione del loro assistito in quanto nel comportamento di Fiorito non ci sarebbe nulla di penalmente rilevante visto che la normativa regionale (fino a pochi anni fa) metteva a disposizione dei consiglieri regionali una gran quantità di fondi per l’ attività politica. Fondi da cui tutti, chi più chi meno, hanno attinto. Non è un mistero, infatti, che Francone da Anagni, ex capogruppo e tesoriere del Pdl alla Regione, sia diventato lo stereotipo del privilegio e della corruzione, un simbolo per l’ antipolitica. E’ stato sempre disegnato come l’ uomo dello scandalo che ha travolto l’ intera giunta regionale e dal quale sono partite le indagini sulle amministrazioni di mezza Italia. Parti civili nel processo sono la Regione Lazio, il Codacons e il gruppo del Pdl. L’ INCHIESTA Le indagini erano nata dalla lotta fratricida, con denunce incrociate tra i consiglieri regionali del Pdl e Fiorito. Era finita con un dossier sulle spese di Francone che aveva raggiunto le cronache dei giornali prima della procura di Roma. Alla fine, il nome di Fiorito era finito sul registro degli indagati e, dopo meno di un mese, l’ ex capogruppo del Pdl era in cella. Quasi tre mesi e poi i domiciliari. Gli accertamenti del nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza avevano individuato ben 193 bonifici dal conto del gruppo Pdl a quelli di Francone, in Italia e all’ estero. E poi c’ erano gli acquisti delle auto, le spese personali per gli arredi di casa e le fatture per i lavori realizzati nella sua villa del Circeo che facevano gridare allo scandalo. Lui, di contro, ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo innanzitutto di non essere un pubblico ufficiale, e poi che quei soldi glieli avessero concessi per il cumulo di cariche (consigliere, capogruppo e presidente di commissione). Mentre non ha risparmiato accuse ai colleghi del gruppo per aver ottenuto rimborsi per spese personali e ingiustificate (finiti, successivamente, in altri filoni d’ inchiesta sulle spese-pazze della Regione). Aldo Simoni © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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