23 Gennaio 2016

Mps, derivato nascosto. Il sonno della Vigilanza

Mps, derivato nascosto. Il sonno della Vigilanza
distrazione? –
bankitalia e consob sapevano dal 2012 che il monte aveva occultato la
perdita nei bilanci dal 2009, ma nessuno ha mosso un dito

Secondo la storia ufficiale della crisi del Monte dei Paschi di Siena, Alessandro Profumo (presidente) e Fabrizio Viola (amministratore delegato) scoprono il buco nascosto dalla gestione precedente di Giuseppe Mussari il 10 ottobre 2012, quando trovano in una cassaforte il contratto tra Mps e la banca d’ affari Nomura, come rivelato dal Fatto nel gennaio 2013. Il buco da 200 milioni messo sotto al tappeto Quel contratto rivelava che una serie di operazioni apparentemente scollegate tra loro erano un unico schema per occultare una perdita nel bilancio 2009 da 200 milioni. Però le due autorità di vigilanza che si occupano dell’ istituto, la Consob e la Banca d’ Italia, sapevano già tutto da almeno sei mesi, dal 17 aprile 2012, quando la Vigilanza di via Nazionale manda alla Consob i risultati di una lunga ispezione a Siena. In quel documento si legge che l’ operazione iniziata nel 2009 tra Monte Paschi e Nomura era molto diversa da come veniva fatta apparire nei bilanci: non un investimento in titoli di Stato, ma un contratto derivato molto complesso. La sequenza degli eventi la sintetizza così Giuseppe Bivona, ex banchiere Goldman Sachs che ora lavora con i consumatori del Codacons, in una lettera inviata alla Consob e alla Procura di Milano: nel 2009, Mps e Nomura hanno negoziato un contratto derivato di Credit Default Swap (una specie di assicurazione che può assumere connotati molto speculativi), “l’ operazione prevedeva un primo illecito contabile ovvero la fissazione di condizioni fuori mercato con lo scopo di nascondere i costi di ristrutturazione di una seconda operazione (la ristrutturazione delle Note Alexandria) senza farli emergere dal conto economico 2009 ma spalmandoli su un periodo di 25 anni”. Sono i famosi 200 milioni mancanti dai conti 2009. Per nascondere questa perdita, Mps cerca però di presentare l’ operazione di Credit Default Swap come se non fosse un derivato. Così, chiarisce Bivona, “l’ operazione non sarebbe stata soggetta alla rilevazione periodica del fair value assicurando che il valore negativo inizialmente occultato con il primo illecito contabile non emergesse nemmeno in nessuna data successiva di rilevazione contabile (fino all naturale scadenza nel 2034)”. Swap: un intreccio volutamente oscuro L’ intreccio è volutamente oscuro: nell’ estate 2009, Mps compra Btp con scadenza 2034 da Nomura per 3,05 miliardi a prezzi più bassi di quelli di mercato e a “regolamento differito”, cioè il passaggio dei titoli non avviene subito. Poi Mps, su quei titoli, stipula un asset swap: la banca paga a Nomura la cedola del 5 per cento e riceve in cambio un tasso variabile dall’ istituto giapponese. Poi stipula un accordo repo, pronti contro termine: una parte vende un titolo contro contanti e si impegna a riacquistare quel titolo allo scadere di un periodo, dietro pagamento del prezzo originario aumentato dell’ interesse. Vi siete persi? Era quello lo scopo. Gli ispettori della Banca d’ Italia arrivano a questa conclusione: “Lo schema dei flussi di cassa della complessiva struttura (…) replica quello di una posizione short di un Cds sintetico in cui Mps vende protezione sul rischio Italia a Nomura su un nozionale di 3,05 miliardi, dietro corresponsione di un premio annuale pari a 44 punti base”. Cioè la terza banca italiana sta assicurando una banca d’ investimento giapponese contro il rischio che fallisca lo Stato italiano. Un po’ strano. Gli ispettori di via Nazionale capiscono anche lo scopo ultimo dell’ intreccio: “Di norma i derivati di credito sono iscritti nel portafoglio attività finanziarie di negoziazione e le variazioni di fair value sono rilevate nel conto economico. L’ azienda ha invece contabilizzato le diverse componenti dell’ operazione disgiuntamente, allocandole in diversi portafogli”. Fair value vuol dire, più o meno, a prezzo di mercato: se il derivato causa una perdita, questa deve comparire nel conto economico, tutto il mercato la deve vedere. E invece in Mps restava nascosta. E il rischio deve essere bilanciato da adeguate riserve. Gli ispettori cosa fanno? Nulla di nulla Una volta che Bankitalia ha scoperto il trucco, cosa è successo? Niente. Il 6 febbraio 2013 Mps ha riconosciuto in bilancio la prima perdita da 200 milioni. Ma ha contabilizzato la “struttura Btp 2034” come un derivato soltanto il 16 dicembre 2015, quando la Procura di Milano era già alla fine delle indagini condotte dal nucleo speciale valutario della Guardia di Finanza sulla banca senese. Inchiesta che ha stabilito che quell’ operazione oscura era, appunto, un derivato e non un investimento in titoli di Stato. Solo a quel punto la Consob, che pure lo sapeva, ha imposto al Monte dei Paschi di Siena di correggere i bilanci. Gli attivi del 2013 si riducono di 3,3 miliardi, quelli del 2014 di 3,5, gli effetti sul conto economico ondivaghi, in alcuni anni perdite nascoste, in altri ricavi aggiuntivi. Nel frattempo, però, Mps chiedeva ai risparmiatori 10 miliardi di euro di aumenti di capitale per rafforzarsi. Fornendo informazioni sui propri conti che si sono rivelate scorrette. Di quei 10 miliardi non è rimasto quasi nulla. Commenta Giuseppe Bivona: “In termini relativi, l’ acquisto dei subordinati di Banca Etruria sembra al confronto un ottimo investimento”.
antonio massari, stefano feltri

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