20 Dicembre 2015

In Etruria 25mila conti sospetti

In Etruria 25mila conti sospetti

FRANCESCO SPECCHIA Non è solo l’ Assemblea straordinaria d’ una banca, è quasi un evento biblico, una Pontida obbligazionaria, il redde rationem d’ un popolo sull’ orlo dell’ azzeramento del risparmio. (…) :::segue dalla prima FRANCESCO SPECCHIA (…) «A mi la me par ‘na final de Champion…», sembra una finale di Coppa, biascica il ragazzotto, sceso nervosamente da uno delle decine di pullman imbucati tra i filari rinsecchiti del Prosecco. Il ragazzo passa tra gli scanner dei carabinieri (180 tra carabinieri e polizia); e infine si incastra nella coda calcistica della tensostruttura di Villa Spineda di Venegazzù di Volpago del Montello. Dove, dalle 8,30 del mattino di ieri, 11mila e 430 soci votanti (5.498 presenti, dislocati in tre location diverse) come lui si ammassano; e dove, tutti operai, artigiani, ingegneri disabili in carrozzina, signore impellicciate, professionisti, sono chiamati a decidere il destino della loro Veneto Banca, il cuore tachicardico del profondo nordest bancario. Un cuore che, alla fine, è stato fornito di bypass, trasformandosi in società per azioni – favorevoli 11.102, il 97,12%, contrari 244 tenacissimi, compresi quelli del Codacons, 85 astenuti. Approvato, all’ unanimità anche il sospirato aumento di capitale fino a 1 miliardo di euro, secondo i desiderata di tutti, Bce compresa. L’«Assemblea della svolta» dei piccoli azionisti minacciava di essere l’ appuntamento finanziario dell’ anno. In 4 votazioni diverse, eterne, dilatate fino al metafisico – 3 minuti di diritto di parola ad ognuno dei 50 iscritti solo nella mattinata – urgeva decidere su tre punti fondamentali. Trattasi della famigerata «Operazione Serenissima». Tre punti. Ossia: la renzianissima, appunto, trasformazione della Popolare in società per azioni (con statuto stravolto: non contano più, al voto, le teste ma le azioni possedute); l’ aumento del capitale di 1 miliardo; il via libera della quotazione in Borsa. Sul tavolo c’ è poi il nulla osta alla carica dei consiglieri Bigio, Quintieri, Carrus e Mazzorato (nominati in serata). «Se l’ assemblea boccia uno dei tre punti non si sa dove finiremo. Siamo per il ritorno alla cultura dell’ efficienza e non alla cultura della grandezza», afferma in apertura dei lavori il presidente Pierluigi Bolla che, nell’ agitazione, declassa a «vicepresidente del Veneto» Luca Zaia in platea accanto al sottosegretario Enrico Zanetti. La temperatura esterna, qui, è primaverile. Quella interna, invece, surriscaldata. Nonostante Bolla prometta «l’ azione di responsabilità verso taluni ex amministratori e funzionari», il dibattito subisce il carico del livore dei «piccoli risparmiatori» – molti dissenzienti – dei mille campanili del nordest «che temono Francoforte che vuole mettere le mani sui conti dei nostri avi, anatema contro chi ha creato ‘sta situazione», urla un azionista, tal signor Bortoli, molto in parte. Veneto Banca vanta 30mila aziende, 88mila famiglie finanziate con mutui, 6.000 dipendenti. Ma è un istituto che brilla pure per un passivo di 770 milioni di euro; sta sotto il controllo diretto delle Bce e i suoi soci hanno un deprezzamento teorico dell’ 81,5% del loro capitale (da 39,50 euro a 7,30% euro per azione). Cifre a numeri accompagnati dallo spettro del bail in e del commissariamento, che, per tutti, anche per i soci «dissenzienti», rimane il grande, mostruoso Moloch. Ma, ciononostante, molti sono i «no». Ognuno è storia a sé. Un tal signor Petri, azionista dal 1985 e «incazzatissimo», iscritto a parlare spara: «Ma voi che siete qui, con che faccia vi presentate? Se fossero in vita i nostri avi che hanno lavorato nei campi e nelle miniere vi mangerebbero. A me l’ avete messa nel sedere con la vaselina. Voterò no, e viene un commissario? Va ben, non mi interessa niente». E due donne discrete, una insegnante e una precaria non ben definita di Conegliano, ci confidano: «Voto no, non gli affido una delega in bianco, poi saltiamo come l’ Etruria. Noi siamo gente normale, questa è una pugnalata alle spalle». Un invalido rumeno senza lavoro e senza risparmi, struggente fino alla sintassi, spinge lo stesso Bolla ad impegnarsi personalmente. Il titolare di una ditta pugliese, volto rigato dalla fatica, azzanna alla gola quei funzionari che «mi hanno tradito, confessando di essere stati essi stessi traditi dalla banca». E c’ è pure una signora con l’ aspetto di una prof di latino; la quale, algida come un derivato, sottolinea che «i miei risparmi di una vita equivalgono a una settimana dello stipendio di Vincenzo Consoli (l’ ex amministratore della banca, l’ uomo più odiato in sala, ndr)» e parla del 20% di Imu sull’ inoptato, la minaccia, forse, di una vorace fusione. Manca don Torta, il prete capopopolo del fronte del «No», non è socio e non può parlare; ma ci fosse stato, sarebbe servito a poco. Per inciso, poco prima, il nuovo direttore generale Cristiano Carrus, molto preso, s’ era prodotto in un discorso dal tono epico, cacciando il fantasma di possibili fusioni non previste, ed evocando l’ apocalisse della «liquidazione coatta amministrativa»: «Non bisogna buttare benzina sul fuoco, ma acqua. Abbiamo già assistito in questi giorni al pre bail in. Ma se non vanno in porto dovremmo sbaraccare, chiudere le linee di credito, chiudere le filiali, perdere i clienti. E in Italia il Pil si basa sui fidi bancari, pensateci». Carrus promette di eliminare le auto blu, di vendersi l’ aereo un argomento embrassons nous, sempre molto pop. Ed esclude, il direttore, di «dribblare» la trasformazione in Spa decurtando gli attivi della banca da 35 a 8 miliardi: sarebbe surreale, in effetti, in quel caso, «vendere 20 miliardi di crediti e licenziare 4.000 dipendenti». La strategia della Banca è, onestamente, chiarissima: se vincono i no sarà tempesta shakespeariana. Ma, per l’«Operazione Serenissima» valgono molto di più le dichiarazioni di voto per il «Sì». Il «Sì» non è spontaneo, è pura sopravvivenza. Piccoli azionisti arrivano, a frotte, dalle Marche e dalla Puglia, luoghi geografici in cui le banche pop sono una Santa Barbara visitata col cerino acceso. Un signore cita i greci che nominavano a rotazione gli amministratori per combattere la corruzione. Un altro darà la fiducia soltanto se vedrà «il curriculum dei componenti del cda e i loro stipendi», ma la darà. Un altro ancora, Giorgio Iannone, l’ imprenditore che ieri aveva denunciato le porcherie di Ubi e di Veneto Banca, oggi prega la banca di non cedere i «7 miliardi di crediti deteriorati» e afferma di «gettare il cuore dietro l’ ostacolo». Quasi tutti i soci risultano preparatissimi, molti si rivolgono direttamente all’ imbarazzato Zaia, che ripete, a mantra, di essere “pronto a creare un fondo di solidarietà per i risparmiatori più colpiti attraverso la finanziaria regionale Veneto Sviluppo». Nel complesso, oltre alla rassegnazione, si respira una grande dignità nella platea dei gabbati, sebbene la furia per le sperequazioni tra clienti vip e povericristi sia temperata dall’ atavica buona educazione veneta. Anche se, quando Carrus aggiunge: «Se un privato ha comprato azioni subordinate, andrò a cercarlo per ridargli i soldi», qualcuno lo chiama «Wanna Marchi». I «risponditori» dietro le quinte, lavorano alacremente in tempo reale per mettere in bocca al presidente Bolla le risposte ai quesiti dei soci più incazzosi. Carrus chiude con «questa non è una onlus ma una società di capitale, se vi abbiamo danneggiato io vi chiedo scusa. Metteremo a disposizione un fondo di solidarietà trasparente. Mi aspetto il sì». E «Sì» è stato, con percentuali e scontento bulgari. Ma meglio perdere l’ 81% del capitale che perdere tutto. Il futuro sarà ora di chi comanderà rastrellando più azioni. Si favoleggia anche di cordate di banche, di Ubs, di Merrill Lynch, di fusioni future, di «bookbuilding», di retroscena di cui il sottoscritto – e la maggior parte degli azionisti non capisce assolutamente nulla. Ma non importa, oggi. In fondo, in Borsa, ogni domani è un altro giorno… FRANCESCO SPECCHIA

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