16 Ottobre 2015

Le Fiamme gialle alla Volkswagen di Verona perquisizioni e 6 indagati: presidente e dirigenti

Le Fiamme gialle alla Volkswagen di Verona perquisizioni e 6 indagati: presidente e dirigenti

VERONA Presidente e amministratore delegato. Ma anche direttori finanziari e dirigente amministrativo. Per un totale di sei indagati nell’ ambito del caso Dieselgate. La Procura di Verona preme sull’ acceleratore e a una settimana dall’ apertura di un’ inchiesta sullo scandalo che sta travolgendo il colosso tedesco, dispone la perquisizione delle sedi di Volkswagen Italia, a Verona, e di Lamborghini, a Sant’ Agata Bolognese. Fin dalla prima mattinata di ieri, le Fiamme gialle erano già al lavoro per acquisire documenti di ogni tipo: cartacei e informatici, contabili e amministrativi. Ma, soprattutto e-mail. L’ intento della magistratura scaligera è palese e lo spiega a chiare lettere il procuratore Mario Giulio Schinaia che, dopo aver aperto il fascicolo sulla base di un esposto dell’ Unione difesa del cittadino, lo aveva delegato al sostituto Marco Zenatelli: «Per accertare se sussista o meno il reato che ipotizziamo, ovvero la frode in commercio, risulterà decisivo verificare se da parte di Volkswagen Italia e Lamborghini ci fosse o meno la consapevolezza che le auto poste sul mercato presentavano emissioni in atmosfera superiori rispetto a quelle dichiarate. In altre parole, cerchiamo prove a conferma dell’ eventuale dolo da parte di chi poneva in vendita in Italia le vetture prodotte in Germania. Una cosa tengo a precisare: le attuali iscrizioni sul registro degli indagati rappresentano un atto dovuto». Nomi di primo piano, quelli (finora) iscritti nel registro degli indagati. A partire dal presidente del consiglio d’ amministrazione di Volkswagen Group Italia, Luca De Meo, e dall’ ad nonché direttore generale Massimo Nordio. Sotto inchiesta per frode in commercio anche Paolo Toba, consigliere delegato dal 31 agosto 2015; Annamaria Borrega, di Negrar, procuratore dal settembre 2006 e rappresentante del gruppo che ha sede in viale Gumpert; Rupert Johann Stadler, presidente del cda di Volkswagen Italia dall’ aprile 2013 al giugno 2015; Michael Alexander Obrowski, consigliere delegato dall’ aprile 2013 all’ agosto 2015. Tutti e sei sono indagati «in relazione alla commercializzazione» di auto dei marchi Volkswagen, Audi, Seat, Skoda e Volkswagen Veicoli Commerciali «aventi caratteristiche differenti, in senso negativo, rispetto a quelle dichiarate», ipotizza il pm Zenatelli nel decreto di perquisizione e sequestro notificato ieri mattina ai sei indagati, contestualmente a un avviso di garanzia. Dal decreto di perquisizione si deduce che i magistrati scaligeri hanno chiesto di procedere all’ individuazione e al sequestro di «documentazione e supporti informatici» relativi alla commercializzazione dei veicoli fino al 30 settembre 2015. Stessa prassi per la perquisizione nella sede della Lamborghini, a Bologna, in quanto socio unico della Volkswagen Group Italia.A quanto risulta, invece, non sarebbero state fatte «visite» ad abitazioni o altre realtà private. «Volkswagen Group e Automobili Lamborghini hanno collaborato, e continueranno a collaborare, con la massima trasparenza e apertura», precisa una nota della società. La vicenda però non si esaurisce nell’ inchiesta della procura perché mentre i militari setacciavano documenti e portavano via carte da quella che è la sede tricolore del gruppo tedesco, a gongolare erano le associazioni dei consumatori. In primis quel Codacons che aveva chiesto perquisizioni in tutta Italia. «Se dalle indagini della Procura di Verona – dice il presidente Carlo Rienzi – dovessero emergere illeciti, si rafforzerebbe ancor più la class action avviata dal Codacons davanti al tribunale di Venezia, che registra la pre-adesione di oltre 12mila automobilisti». Una sciagura che il gruppo con sede al Quadrante Europa sta cercando di scongiurare, promettendo ai clienti che «quando la soluzione tecnica sarà disponibile, provvederemo in forma gratuita ad intervenire su tutti i veicoli coinvolti». Esorcismi di mercato per non incrinare un’ azienda da 900 dipendenti in sede, che diventano 12mila con l’ indotto. E con una buona fetta della piccola industria veneta che per il colosso tedesco dell’ auto lavora. E le parole di Nordio, adesso indagato, diventano un mantra. È quella del crollo delle vendite e del rischio occupazione, l’ altra faccia della medaglia del Dieselgate. «L’ importante è che non succeda quello che è capitato con l’ Ilva di Taranto, cioé buttare via il bambino con l’ acqua sporca», ha detto il sindaco Flavio Tosi .

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