Rolling Stones e l’esposto del Codacons: «Nessun danno erariale, ma il Comune è censurabile»
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fonte:
- Corriere.it
Assolta
l’Amministrazione ma sottolineata l’inerzia dell’ente nella
determinazione di più adeguate tariffe per la concessione a privati
dell’uso di beni archeologici
di Michele Marangon Ottomila euro per l’occupazione del suolo pagati dagli organizzatori del concerto dei Rolling Stone nel giugno 2014 al Circo Massimo non rappresentano un danno erariale. E non ci si può fare nulla. Tutt’al più, il sindaco Marino ed il suo capo di Gabinetto si prendono un rimbrotto da parte della Corte dei Conti del Lazio che, nella recente sentenza, ha assolto l’amministrazione capitolina pur sottolineando l’inerzia dell’ente nella determinazione di più adeguate tariffe per la concessione a privati dell’uso di beni archeologici.
Bocciata l’associazione consumatori
La decisione della magistratura contabile resa nota da diversi giorni (numero 226/2015), è passata sotto silenzio, forse per l’inaspettato esito e per la beffa subita dagli autori dell’esposto – il Codacons – oltre che per la magra figura di Roma Capitale, per cui il concerto dei Rolling Stone non ha fruttato neanche il guadagno di una sagra di paese per le casse pubbliche. L’unico sospiro di sollievo arrivò dai 170mila euro elargiti dagli Stones per le pulizie post evento. Si ipotizzava, dunque, un danno erariale che sfiorasse i duecentomila euro (il Codacons lo calcolava sul modello della Regione Sicilia, ovvero una quota fissa cui aggiungere una percentuale dell’incasso) ma esaminate le carte, alla Corte non è rimasto che scrollare le spalle.
Solo 7900 euro per il suolo, incasso stellare per gli Stones
L’associazione dei consumatori aveva chiamato in causa il capo di Gabinetto di Ignazio Marino, Vincenzo Vastola, reo di aver gestito la pratica di Jagger e soci in maniera non corretta, arrivando a chiedere un conto per l’occupazione di suolo pubblico di appena 7.934 euro: briciole a fronte degli oltre 6 milioni incassati dal gruppo. I difensori di Vastola hanno smontato le accuse, ricordando inoltre che l’area del Circo Massimo risulta suddivisa in due porzioni, una a verde e l’altra propriamente archeologica, e che solo la prima era stata interessata all’allestimento ed alla fruizione del maxi concerto. Questione inconfutabile, come riconosciuto anche dalla Corte dei conti sulla base degli elaborati progettuali che hanno accompagnato la richiesta di autorizzazione. Insomma, l’iter seguito da parte del capo di Gabinetto non è censurabile.
Iter corretto
I magistrati hanno anche riconosciuto che Vastola, «in mancanza di una disciplina regolamentare ad hoc, atteso che l’area interessata era quella destinata a verde pubblico e nessuno strumento normativo era stato adottato in materia di determinazione del canone – ha applicato la disciplina esistente e i parametri economici ivi fissati (determinati però dal I Municipio)».
La Corte: «Cifra irrisoria»
Si legge ancora nella sentenza: »Indubbiamente, stride col comune buon senso che un bene archeologico (sinteticamente così definibile) di così rilevante importanza sia stato concesso in uso temporaneo per poche migliaia di euro senza che ad alcuno balenasse il dubbio che la messa a rendita dei beni culturali di Roma, che aveva già occupato negli anni precedenti l’organo politico della Capitale, venisse così palesemente e bellamente violata. Ma di ciò, ammesso che essa possa essere giuridicamente qualificata come atto illecito perseguibile dinanzi questa (o altra) giurisdizione, non può farsi carico al dottor Vastola che, alla luce della normativa esistente, non poteva determinare direttamente il canone, rientrante nella competenza del I Municipio».
«Censurabile inazione del Comune»
«Censurabile è, semmai, l’inazione del Comune prima e di Roma Capitale poi che non ha predisposto un adeguato strumento normativo per la determinazione di tariffe adeguate all’importanza storica e culturale dei beni messi a disposizione di privati per l’esercizio di assai lucrose attività (e delle quali, sui cittadini, non si riverberano significative ricadute economiche)». Insomma, a fronte del successivo e tardivo ravvedimento dell’amministrazione, in questa causa dinanzi alla Corte dei Corti per il Codacons e per le casse comunali non c’è stata decisamente «satisfaction».
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