8 Maggio 2015

Rimborsi sulle pensioni, 5 cose da sapere

Rimborsi sulle pensioni, 5 cose da sapere 

da Panorama.it

Andrea Telara Arriveranno o non arriveranno i soldi? E’ la domanda che si pongono molti pensionati riguardo agli effetti della sentenza della Corte Costituzionale del 30 aprile scorso. La Consulta ha infatti stabilito l’illegittimità del blocco delle pensioni deciso nel 2012 e nel 2013 dal governo Monti, che non ha rivalutato in base all’inflazione gli assegni allora superiori a circa 1.400 euro lordi al mese. Dopo il pronunciamento dei giudici costituaionali, quasi 5,5 milioni di pensionati italiani vantano adesso un credito nei confronti dell’Inps che potrebbe sfiorare addirittura i 16-19 miliardi di euro complessivi. Come verrà restituita tale somma? Allo studio, ci sono diverse ipotesi. Ecco, di seguito, una panoramica sulla situazione.
Negli ultimi giorni è circolata l’ipotesi che il governo decida di non dare i rimborsi a tutti i pensionati che ne avrebbero diritto, ma scelga di porre un tetto ai “risarcimenti”. Chi oggi riceve un assegno sopra un certo importo (per esempio 3mila o 5mila euro lordi) potrebbe infatti essere escluso dal pagamento. Visto che si tratta di persone con un reddito medio o medio-alto, questa decisione risulterebbe comunque compatibile con l’ultima sentenza della Consulta e con le disposizioni della Costituzione, secondo cui lo Stato deve assicurare adeguati trattamenti pensionistici a tutti i cittadini.
L’altra ipotesi che circola in queste ore è che il governo dia i rimborsi a tutti pensionati basandosi però su un meccanismo regressivo di rivalutazione degli assegni, come quello già adottato dal governo Letta nel 2014 e dal governo Berlusconi nel 2011. In pratica, le pensioni del 2012 e del 2013 (con un effetto a cascata sugli anni successivi) verrebbero rivalutate in base all’intera inflazione soltanto se inferiori a tre volte il trattamento minimo (circa 1.400 euro lordi al mese nel 2012). Se invece la pensione era più alta, la parte di mensilità superiore alla soglia dei 1.400 euro verrebbe rivalutata soltanto di una “fetta” del carovita, che diminuisce all’aumentare del reddito. Esempio: la quota di pensione tra 1.500 e 2mila euro lordi verrebbe rivalutata del 95% dell’inflazione e la parte sopra i 2mila euro soltanto del 75% del caroprezzi. La “fetta” di pensione sopra i 3mila euro, invece, non avrebbe alcun aumento. In questo modo, tutti i pensionati avrebbero dei rimborsi ma la spesa per lo stato sarebbe contenuta.
Dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la sentenza della Consulta è immediatamente efficace. Tuttavia, per i pagamenti bisognerà attendere un provvedimento ad hoc varato dal governo e firmato dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Le ipotesi più accreditate parlando dell’approvazione di un decreto sulle pensioni nel Consiglio dei Ministri del 3 giugno prossimo.
Le somme arretrate che spettano ai pensionati, relative ai mancati aumenti degli anni scorsi, subiranno una tassazione separata. Sui rimborsi verrà cioè applicata l’aliquota media dell’irpef pagata dal pensionato nel biennio precedente. Discorso diverso per gli aumenti di pensione che arriveranno nei prossimi mesi, grazie al ricalcolo degli assegni effettuato per tenere conto delle rivalutazioni del 2012 e 2013. Su ogni euro in più percepito mensilmente, il pensionato pagherà la sua aliquota marginale dell’iperf (che è un’imposta progressiva, il cui peso cresce all’aumentare dei redditi).
Alcune associazioni dei consumatori come il Codacons mirano a promuovere una class action, cioè un’azione giudiziaria collettiva per risarcire i pensionati. Di fronte a queste ipotesi, però, è meglio procedere con cautela e verificare prima come verranno erogati i rimborsi. Visto il numero elevato di persone coinvolte (circa 5 milioni) è probabile che l’Inps ricalcoli gli assegni e liquidi spontaneamente i mancati aumenti degli anni scorsi, senza raccogliere apposite domande che avrebbero l’effetto di ingigantire le procedure burocratiche dell’ente.

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